L’IMPORTANZA DEL PROCESSO CHE PORTA ALL’OPERA


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L’opera d’arte è il risultato di un lungo lavoro d’elaborazione. L’artista attinge intorno a sé tutto ciò che è capace di alimentare la visione interiore (…) si mette così in condizione di creare. Si arricchisce interiormente di tutte le forme di cui si impadronisce[1].

 

 In questo pensiero di Henri Matisse è messo in evidenza il concetto di processo che precede l’opera d’arte, alla cui base ci deve essere l’osservazione e la rielaborazione di ciò che ci circonda.

L’arte non va considerata come un semplice prodotto artistico. Basti pensare, per esempio, alle recenti opere di arte contemporanea: arte da molti disprezzata perché ritenuta brutta, incompresa perchéespressa non in modo univoco, ma spesso confuso perché ha un linguaggio molteplice, sembra apparentemente facile, che “lo potevo fare anch’io”. La sua ricchezza, però, non è nel prodotto finito, quanto nel pensiero dell’artista e, quindi, nel processo che porta all’opera.

L’arte contemporanea consente di esprimere tematiche personali oppure sociali, di scivolare nel diario come nella protesta, di essere ancorata alle tecniche tradizionali o di prendere spunto dall’attivismo. Un’opera d’arte di questo tipo può essere un quadro, una scultura, un video, un’installazione, una performance, un intervento sull’ambiente, si può usare il cibo come medium, fare un programma televisivo sperimentale, ecc. Possiamo dire che l’“arte contemporanea” è tutto ciò che il suo autore propone come tale, parafrasando la celebre espressione di Dino Formaggio, contenuta nello scritto “Arte” del 1981, Arte è tutto ciò che gli uomini chiamano arte.

Un esempio fra i tanti che vorrei riportare è quello di Beuys (Krefeld, 1921 – Düsseldorf, 1986), poiché fu un personaggio atipico, del tutto sopra le righe rispetto alle correnti artistiche, di cui non si è mai sentito parte; per l’artista, l’ arte non consiste nella produzione di oggetti, ma è un processo interiore che ha la forza di cambiare la realtà. Sembra che Beuys fuse la sua vita stessa con l’arte: studente in pediatria, durante la seconda guerra mondiale fu pilota dell’aviazione tedesca. Partecipò all’offensiva nazista contro i russi, ma il suo aereo cadde oltre le linee nemiche. Beuys riuscì a salvarsi perché fu trovato, moribondo e semicongelato, da un gruppo di tartari nomadi, che lo curarono avvolgendolo in grasso e pelli di feltro. Riuscito a sopravvivere, da questa esperienza, egli trasse motivi d’ispirazione che l’hanno accompagnato lungo tutta la sua attività artistica. Nelle sue opere ricorrono, infatti, ricorrenti sono  proprio il feltro e il grasso animale, materiali – simbolo della sua rinascita e delle sue forze ritrovate grazie al contatto sciamanico con la natura.

La poetica dell’artista ruota attorno al concetto che l’uomo è il custode di una forza che cambia il mondo in senso morale, sociale ed ecologico. La prova di ciò consiste nella capacità comune a tutti gli umani di plasmare la materia, di creare forme ed oggetti col proprio estro partendo dalla materia più povera e amorfa; Beuys esalta l’importanza della creatività del pensiero umano, soprattutto di quel tipo di pensiero che inventa qualche cosa che nel mondo della natura non c’è: la creatività arricchisce ogni cosa, ogni atto, ogni momento della vita quotidiana.

Da qui, Beuys teorizza la “Soziale Plastik”, in base alla quale nasce il concetto di “uomo artistico” che si fonde con quello di “uomo creativo”. Ogni atto quotidiano può essere un atto artistico, se stimolato dalla forza e dal genio della creatività; e per questo, ad ogni uomo è conferita dignità di artista.

Nel 1982 Beuys è invitato a Kassel, in Germania, per partecipare alla mostra d’arte contemporanea Dokumenta. La mostra diventa l’opportunità per sperimentare la sua Soziale Plastik, con l’opera con un forte messaggio ecologista 7000 Eichen (“7000 querce”). L’azione inizia nella piazza davanti al Museo Fridericianum, dove sono ammucchiati settemila monoliti di basalto, lunghi circa un metro, ognuno dei quali può essere acquistato da chiunque sia interessato a collaborare all’opera; a sua volta, il ricavato della vendita serve per piantare una quercia in una determinata zona della città, accanto al monolito acquistato. Lo sviluppo della grande scultura sociale si svolge fino al 1987, anno in cui si vende l’ultimo monolito, magli effetti durano e si sviluppano/incrementano ancora oggi, se si considera che la quercia necessita di più di duecento anni per raggiungere la maturità. Beuys lega simbolicamente il monolito a un albero così longevo per garantire nel tempo la perpetuità del suo messaggio ecologico, proprio come la marmorea scultura classica ha eternato il messaggio antropocentrico. Inoltre, l’opera 7000 querce ricollega gli uomini alla terra, svegliando la loro coscienza come attori nel processo d’interscambio.

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Fotografia scattata da un anonimo nel 2003 ad alcune delle 7000 Eichen (7000 querce), presso Wegmannstrasse, Kassel, Germania

 Joseph Beuys fotografato davanti al Museo Federiciano di Kassel con le sue pietre di basalto, 1982


Joseph Beuys fotografato davanti al Museo Federiciano di Kassel con le sue pietre di basalto, 1982

Beuys sovverte, dunque, ogni concezione dell’arte.

“Arte” non è più un concetto museale, bensì umano e, in quanto tale, si rivolge a ogni sfera in cui opera l’uomo: dalla politica alla religione, dalla scienza alla più spicciola quotidianità.

 

 

J. Beuys, Come spiegare i quadri a una lepre morta, 1965, galleria Schmela, Düsseldorf

J. Beuys, Come spiegare i quadri a una lepre morta, 1965, galleria Schmela, Düsseldorf

Bonami, con uno stile irriverente e divertito, lo descrive così:

Beuys fu al contempo showman e shaman, sciamano. In tutto simile, nello scenario politico italiano, a Marco Pannella, elegante, estremo, aggressivo, immerso nel sistema fino al collo pur recitando sempre la parte del coraggioso, intransigente, rivoluzionario contestatore.

Beuys esibiva costantemente il suo impegno nel sociale e il suo misurarsi con i problemi del mondo. Parlava di energia e spiritualità, piantava alberi, dormiva con i coyote e insegnava arte a una lepre morta.[2]

 

Da quanto qui emerso,  è possibile una riflessione conclusiva che metta a confronto arte e didattica: come ci insegna l’arte contemporanea, non è solo il prodotto, il risultato finale, ad avere peso; anzi, è il processo che porta all’opera la parte più complessa, ricca ed arricchente. Allo stesso modo, nella didattica, non è solo il risultato (il lavoretto, il voto, ecc.) ad avere importanza: certo, un bel lavoro o un bel voto sono sicuramente elementi importanti, ma non sono tutto. Ciò che lascia un segno non è il risultato, ma il percorso che ha portato alla meta finale, perché è il percorso a costituire l’esperienza, formata da una parte attiva (l’azione) e da una parte passiva (ciò che ne consegue e dalla quale scaturisce l’apprendimento).

L’azione in sé può anche essere dimenticata o si ricorderanno solo le azioni che sono particolarmente piaciute come un gioco, un imprevisto, ecc., ma il clima a cui si è partecipato, l’impegno esercitato per arrivare alla risoluzione di un problema, la soddisfazione di essere riusciti a realizzare ciò che si aveva intenzione di fare… sono questi gli elementi che rimarranno impressi nella memoria, perché parti fondamentali di quello che viene chiamato processo e che andranno a formare il bagaglio di cui ognuno di noi è dotato, il quale verrà di volta in volta alleggerito o riempito nel corso delle occasioni di esperienze che la scuola, gli incontri, la vita forniranno.

 

_______________

Note:

[1] H. Matisse Scritti e pensieri sull’arte, Einaudi, Torino, 1979, pag. 282- 283

[2] F. Bonami Lo potevo fare anch’io- perché l’arte contemporanea è davvero arte, edizione Piccola Biblioteca Oscar, Cles, 2012, pag. 70

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4 Comments

  1. Condivido!

    Però avrei usato percorso in luogo di processo, oggi troppo collegato a concetti o ambiti meccanici e quindi ripetibili.

    Viceversa un percorso artistico che culmina con l’opera è non lo è.

    Nella ripetizione si perde la creazione e quindi l’arte, rimane la tecnica e quindi l’artigianato.

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  2. grazie del commento 🙂 bellissima osservazione!
    eh sì, lo so…”processo” è una parola che può richiamare alla mente l’area semantica del “fare meccanico”, come hai detto tu giustamente.
    Però processo è anche una serie di cose concrete e/o astratte che l’artista fa: pensare è la prima di una serie…forse sono azioni più o meno ripetibili, se viste singolarmente (pensare uno lo fa cento volte! e chissà un artista quante volte, per esempio, fa uno schizzo!), ma che, poichè avvenute in un momento particolare, in tali condizioni e tal altre circostanze, sono uniche ed irripetibili, proprio come l’opera finale.
    Ho scelto la parola processo (dopo una fatica di meningi immane) proprio perchè mette in evidenza, credo, le azioni che sono prima dell’opera finale e che sono, già di per sè arte, non artigianato 🙂

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