IL GIOCO TRA SIMBOLO E REALTÀ


Il gioco è libero: ovvero, si può giocare solo se c’è libertà di scegliere di poter giocare; è volontario e spontaneo. Più che di una serie di azioni, si tratta di un atteggiamento e questo, unito alla sfuggevolezza del gioco stesso in quanto totalmente libero e mai imposto, rende difficile distinguerlo dal non gioco; Bateson, in proposito, specifica che per individuare un gioco si parla di una cornice per l’azione: i giocatori si scambiano un segnale che porta un messaggio “questo è un gioco”.

Oltre ad essere una condotta spontanea, il gioco è, soprattutto, distanziamento e allontanamento dalla realtà, una sospensione delle attività della vita ordinaria, non letteralità, finzione e parodia della realtà, ma anche imitazione e riedizione della realtà, un modo per misurarsi con essa e comprenderla.
Quella del gioco è una sorta di zona franca, un territorio di confine dentro e fuori dalla realtà dove si agisce un distanziamento dal reale che ne favorisce il contatto.
In particolare, il gioco di finzione o gioco simbolico si configura all’interno di un particolare periodo di vita del soggetto, ciòè tra quelli che Piaget chiama stadio pre-operatorio e stadio operatorio concreto (2-11 anni). in questo arco di tempo il bambino può sperimentare le diverse forme del “ far finta di…”.
Il gioco simbolico permette di affermare il proprio potere sulla realtà, correggendola là dove è spiacevole o rivedendola per riuscire ad accettarla maggiormente.
Nel gioco il bambino impara ad esprimere ciò che prova: in questo modo impara anche a riconoscere e controllare (ed elaborare) le emozioni e i vissuti, a esercitare il proprio corpo e la propria mente, ad acquisire padronanza del mondo interno e del mondo esterno; il gioco è, quindi, una fonte di equilibrio e regolazione emotiva, ma anche un potenziale veicolo di conoscenza, comprensione e controllo della realtà, un modo per entrare in contatto con il mondo esterno e misurarsi, fare i conti con esso.
Il gioco e tutte le attività ludiche si servono di elementi reali i quali vengono caricati di un significato altro: diventano simboli che danno un senso al mondo interiore. Il reale non è nient’altro che un mezzo che permette, tramite il simbolo, di rappresentare l’interno, l’inconscio dell’individuo. Fantasie, timori, esperienze, paure, ecc. vengono esorcizzati tramite il gioco “messo in scena”: ciò rende i vissuti interni condivisibili e, attraverso lo scambio sociale, il gioco simbolico può arricchirsi. Inoltre, nel rendersi comunicabile, sottostà maggiormente  a regole e convenzioni e si definisce la possibilità di fruire delle produzioni simboliche altrui.
Il bambino in questo modo costruisce il suo percorso di crescita caratterizzato da un sempre maggiore controllo su sé, sul suo sentire interiore, avendo modo di osservare la realtà, di sfruttare al meglio l’ansia verso “il mondo che si sta esplorando, ma ancora sconosciuto” (ansia che offre la possibilità di impegnare le proprie energie costruttivamente anche a fini conoscitivi) e, ovviamente, in questo percorso di crescita rientra la possibilità d’accesso alle esperienze culturali, di cui il bambino nei suoi giochi di fantasia, prova a ricoprire i ruoli (“Giochiamo che io ero la mamma e tu il papà e tu la bambina piccola…”), viene a contatto con la tradizione e conosce i valori.
Accanto al gioco si sviluppa il linguaggio e il pensiero narrativo: secondo Bruner i contesti ludici sociali fanno da sfondo a conquiste evolutive molto importanti come lo sviluppo della funzione simbolica (capire la differenza tra significato e significante, tra oggetto e parola che lo rappresenta) e della competenza comunicativo-linguistica (usare tali parole al fine di passare un messaggio all’altro).
Se si lascia che i bambini raccontino (ad esempio, proporre il gioco del “racconta-Re”, o lasciare che i piccoli intervengano in una discussione apparentemente a caso e stare in ascolto), questi parleranno di sé esprimendo in modo figurato e simbolico il loro vissuto interno.
Le storie dei bambini, similmente al gioco simbolico, rappresentano la “messa in forma” di desideri, ansie, problemi in cerca di appagamento. Gioco simbolico e racconto sono espressioni di fantasia.
Per riassumere il gioco simbolico e la narrativa definiscono due esperienze simili: in entrambi i casi viene sospeso il rapporto diretto con il mondo reale per privilegiare il mondo sostitutivo del simbolo. Gioco e narrazione sono attività che non imitano, ma riorganizzano l’esperienza in quanto essi sono gli universi del possibile, sono i contesti entro i quali la dimensione emotiva del bambino, veicolata da forme di pensiero divergente, viene riorganizzata e resa visibile dall’uso del linguaggio. Tale processo all’interno delle attività simboliche è necessario per dare un senso. Il bambino dà senso al proprio vissuto interno sperimentandolo attraverso le attività simboliche e riorganizzandole tramite l’uso del pensiero narrativo.
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