UNA SCUOLA SPECIALE: IN OSPEDALE


Maestra Stefania legge un libro illustrato a una piccola paziente

Maestra Stefania legge un libro illustrato a una piccola paziente

 

Si arriva dall’ingresso dei pedoni sulla sinistra, si attraversa il vialetto e già molti volti comunicano qualcosa. Poi si gira a sinistra e qualcuno che entra o esce o è fuori a prendere una boccata di aria o di fumo lo si trova sempre. Questi volti dell’ingresso comunicano molte cose diverse: alcuni preoccupazione, altri sollievo, altri solo…attesa.

Si entra nel plesso dall’ingresso stretto e tetro, si salgono le scale tra cartelli inquietanti e, arrivati al secondo piano, si apre un ambiente luminoso e affollato. E molto caldo!

Qui si incontrano persone diverse tra loro: medici, infermieri, volontari, maestre, genitori, bambini, a volte un cane, a volte psicologi dall’espressione rassicurante, ma profondamente triste per quanto hanno appena visto e ascoltato.

Attraversando un afoso, stretto, iperaffollato corridoio si capisce come andrà la mattinata: molti bambini in attesa di visite, genitori che piangono in attesa degli esiti che alla domanda “Avete bisogno di qualcosa? Posso aiutarvi” rispondono “Ci vorrebbe un miracolo”, genitori con gli occhi persi tra le inutili burocrazie dell’ospedale (carte e mica carte, esami e mica ticket, appuntamenti e mica farmacie, ecc.).

Attraversando questo afoso, stretto, iperaffollato corridoio si trovano porte colorate e con allegri cartelli e disegni che, in realtà, nascondono qualcosa che a bambini, genitori e passanti fa paura: persone con camici bianchi o verdi o divise blu, armati di aghi, termometri pastiglie e quant’altro.

Tra tutte queste porte “inquietanti” si nasconde la piccola Scuola in Ospedale. Lì, maestre sorridenti e volontari pronti a giocare accolgono i bambini.

A volte, alcuni di questi bambini sono senza capelli e, allora, è necessario indossare delle maschere che coprano bocca e naso: hanno difese immunitarie praticamente inesistenti e non possono permettersi di prendere neanche un po’ di raffreddore. Giocano, pasticciano, disegnano, sorridono: sia che siano piccoli piccoli (come ad esempio E. di un anno e mezzo) o un po’ più grandicelli (come G. che ha “più o meno 7 anni”), tutti devono stare attenti a non urtare contro spigoli o oggetti sporgenti, perché “lo sai che se picchi il tubicino della pancia poi fa male”.

A volte, alcuni di questi bambini, sono solo un po’ preoccupati per una visita imminente. Giocano, ridono, cercano di non dare a vedere la loro preoccupazione, ma poi ti dicono sussurrando “Tanto io non ho paura…”.

Giocando e disegnando, capita spesso che i bambini si raccontino: alcuni mi hanno raccontato di parlare due lingue perché il papà è francese e la mamma italiana e che hanno visto la città dove c’è la Tour Eiffel illuminata; altri raccontano speranzosi che vorrebbero fare la festa di compleanno , ma non potendo stare al chiuso con altri bambini, sperano che quel giorno ci sarà il sole, in modo da poter festeggiare all’aperto (la mamma, poi, ti racconterà che le feste sono state addirittura due: una a scuola all’aperto e l’altra a sorpresa con gli amici più stretti); altri raccontano dei loro animaletti domestici, altri delle loro passioni, altri dei loro fratellini e di quanto vadano d’accordo o in disaccordo, altri si mettono a cantare la loro canzone preferita, ecc.

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Le mani della volontaria (le mie) seguono quelle più piccole in un lavoro di manipolazione creativa

Sempre tutti questi bambini sono accompagnati dai famigliari: vedendo le maestre e i volontari, sorridenti non-medici, disposti ad accogliere e far divertire i loro piccoli, si sentono rassicurati, credo, e cercano ulteriore appoggio da queste sconosciute figure. Con loro si confidano, si sfogano, si raccontano. Molte volte è solo una chiacchierata su argomenti banali, altre volte non è una semplice chiacchierata, ma qualcosa di molto più profondo e al cui termine si allarga un sorriso liberatorio.

La scuola in ospedale non è solo quella stanza nel corridoio iperaffollato di cui sopra.

Maestre e volontari girano, infatti, anche tra le camerette, in cui si incontrano bambini e genitori di tutti i tipi.

Si possono trovare bambini svegli e pimpanti, con tanta voglia di giocare nell’attesa di tornare a casa dopo un breve soggiorno (come G. che per la prima volta ha colorato con gli acquarelli e con la mamma ha deciso di regalarci il suo album da colorare). Oppure, bambini da poco operati, ancora un po’ stanchi e scombussolati, ma che ti guardano con occhi grandi grandi e ti parlano con un largo sorriso (dopo aver cercato l’approvazione sul volto di mamma). Bambini piccolissimi con il ciuccio in bocca e la flebo nel braccio, con l’attacco che un dottore ha fatto loro credere sia il meccanismo di Spiderman per sparare ragnatele. Bambini grandi che si chiudono in un ostinato mutismo da rispettare e da non disturbare. Bambini che, risvegliandosi da strane anestesie, saltano e si rotolano sul letto urlando in stato di incoscienza: non stanno male, non si accorgono di nulla, è solo un risveglio un po’agitato che, negli occhi della mamma si trasforma in tanta preoccupazione e pallore, in quelli del papà statica fissità inerte. Ragazzi e ragazze di poco meno di 18 anni costretti a letto per una riabilitazione post operatoria oppure per qualcosa di molto più grave…che spesso, per sopportare la permanenza in un ambiente ospedaliero non vedono l’ora di scambiare due chiacchiere con volontari, aiutare la maestre, o magari ritornare un po’ bambini pasticciando con i colori nella piccola scuola.

"Mario de Ceci"

“Mario de Ceci”

Farfalla verde

“Farfalla verde”

Che grande sorriso appare sulla bocca di tutti quando una gentile dottoressa entra in stanza e dice “potete andare a casa”!

Medici corrono in continuazione a destra e a manca. Infermieri portano in giro carrelli di ogni dimensione e con tutti i tipi di contenuti (vivande, prelievi…bambini piccoli piccoli). Tutti questi “in divisa” hanno un’aria tranquilla, concentrata, ma tranquilla. Sembrano essere in perenne contrasto con gli altri sguardi. È come se percepissero meno degli altri il caldo torrido di quei corridoi, il mancamento d’aria per via dell’affollamento, la preoccupazione. Ma forse è solo la forza dell’abitudine.

 

Ma la scuola in ospedale è pur sempre una scuola: ogni mattina bisogna prendere le presenze dei piccoli allettati, bisogna scrivere sul registro le attività svolte con tutti i bambini coinvolti: insieme si fanno i compiti di matematica, italiano e lingue, si fa arteterapia, manipolazione e “pasticciamento”, si disegna, si colora, si costruisce e si crea, insieme si leggono libri o semplicemente si guardano le figure, si gioca al “far finta che…”, si esplora l’ambiente, ci si mette in relazione e si impara a stare insieme.

 

 

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