L’OSPEDALE DEI PUPAZZI


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L’Ospedale dei Pupazzi è una bella iniziativa promossa sul territorio nazionale dagli studenti di medicina.

A Novara, tale progetto, oltre che essere portato come gioco educativo nelle scuole o nelle piazze, è presentato anche in ospedale nel reparto di pediatria. Ovviamente, qui, è tutto diverso. I bambini che “portano il pupazzo dai pupazzologi” sono davvero malati: che siano lì per una visita di controllo, per una visita pre-operatoria o per qualcosa di più grave, vivono veramente la paura del dottore, l’ansia della visita del “chissà cosa mi fanno”. Ecco che il pupazzo può diventare un alleato di questi bambini. Il pupazzo, usato come transfert, è l’oggetto su cui trasferire le proprie emozioni, i propri pensieri e i propri vissuti, potendo così rielaborarli in modo funzionale per il bambino malato: il pupazzo può essere portato all’ospedale dei pupazzi perché, guarda caso, ha proprio male nello stesso punto in cui ha male l’accompagnatore! Oppure, perché deve fare una serie di esami che, forse, sono simili a quelli subiti; oppure ancora, il bambino ha la possibilità di entrare in un ospedale (anche se finto) e in contatto con i medici (anche se sono pupazzologi) in sicurezza, potendo sperimentare ed esplorare l’ambiente fatto di strani macchinari, tavoli operatori, siringhe (tutto di cartone e plastica, ma ben ricostruito) tramite il gioco simbolico del “facciamo finta che…”.

 

I piccoli iniziano il loro percorso nell’Ospedale dei pupazzi a partire dalla reception, dove un gruppo di studenti in camice bianco li accolgono con un sorriso, chiedendo qualche informazione sul pupazzo (come sta, che sintomi accusa, altezza, peso, nome). E dopo le prime visite ecco che pupazzo e accompagnatore vengono indirizzati nei vari reparti: la pupazzo-chirurgia, la pupazzo- farmacia, la pupazzo- radiologia, ecc.

Sì, sembra vero e può fare impressione ad alcuni bimbi che davvero sono stati in uno di questi reparti o in attesa di entrarvi! Ma con il sorriso dei giovani medici, la proposta in chiave ludica, il rispetto di questi ragazzi verso i piccoli, dei loro silenzi, delle loro paure, dei loro dubbi, della ricerca di conferma nel volto della mamma, rende questa esperienza unica e quasi “magica”.

Obiettivo grandioso del progetto, come si potrà intuire, è far passare la paura del dottore nei piccoli pazienti, ma che sia realizzabile o meno, questo poco ci importa, perché ciò che in pediatria si realizza è ancora più grande: viene posta al centro la relazione tra piccolo accompagnatore di pupazzo/paziente e medico. Il piccolo impara che il medico è lì per curare, per ascoltare, per accogliere.

 

In pediatria, rispetto alle piazze e alle scuole, c’è una magia aggiunta, per ritornare alla metafora. I medici pupazzologi vanno nelle camerette degli allettati: e, lì, si trova di tutto. Bambini piccoli, ragazzi, casi gravi e attesa di tornare a casa, famiglie sotto stress, famiglie sorridenti, genitori che si oppongono con forza all’ingresso di “disturbatori” e bambini che ti chiamano con lo sguardo perché non vogliono riposare, come dice la mamma, ma vogliono giocare e chiacchierare con qualcuno che li ascolti. I giovani medici, anche in questo caso, sono armati di pupazzi e armamentari medici un po’ improvvisati (come pomate ricavate da cartoncini, disinfettanti in strane ampolle, lastre che sono fotocopie). Ma ciò che i ragazzi nelle camere sono chiamati a fare, non è l’iter ospedaliero del pupazzo malato, bensì…instaurare una relazione: perseguire l’obiettivo grande del progetto è anche qui raggiungibile, in quanto si vuole passare il messaggio che il medico è chi cerca di entrare in relazione, mettendo al centro lo scambio comunicativo tra i vari soggetti coinvolti: bimbi, famigliari, vicini di letto, facendo entrare nella stanza il mondo della famiglia e del piccolo allettato anche solo con una chiacchierata, cercando di conoscersi un po’per stare bene insieme.

 

La chiacchierata, il gioco, il mettersi in gioco è una terapia fantastica che è già cura, sia per sani sia per malati: i sani stanno meglio, si sentono più forti e più tranquilli, i malati riacquistano forze.

Oggi, nella maggior parte degli ospedali, è in voga la terapia del sorriso, in quanto è riconosciuto anche dai medici e dalla scienza che ridere faccia bene. Lo scopo del “dottore del sorriso” è quello di invertire il segno dei pensieri negativi (che in un ospedale sono i prevalenti). Con la gelotologia (parola che deriva dal greco ghelos=sorriso) si studia e si applica la risata e le emozioni positive in funzione di prevenzione, riabilitazione e formazione. Essa concorre al processo di cura del paziente non visto più solo ed unicamente in funzione della sua malattia, ma come centro di un approccio sistemico globale, clinico ed ecologico che va dalla terapia farmacologica tradizionale al supporto emotivo, dall’intervento chirurgico al semplice buon umore, con l’obiettivo unico di migliorare la qualità della vita sotto tutti i punti di vista. Una risata modifica a livello chimico il fisico, sprigionando ormoni che favoriscono il benessere (come le endorfine, la serotonina ecc.) per il solo fatto di stare insieme.

 

E proprio lo stare bene insieme, che è la tensione alla ricerca di uno stare bene psico-fisico, è l’obiettivo condiviso con l’Associazione Psicologia Utile, il cui staff, capeggiato da Barbara Camilli, aiuta i ragazzi di medicina in questo percorso di crescita professionale e personale: professionale in quanto, come futuri medici, imparano a relazionarsi con i pazienti, ponendo al centro non la malattia, ma la persona nella sua interezza, guardando al paziente non come un numero, ma come un sistema complesso e complicato fatto di emozioni, vissuti, esperienze che si intrecciano tra loro e, a volte, possono intrecciarsi con quelle del medico, scoprendo, per esempio, con una semplice chiacchierata, qualcosa in comune che rende la relazione ancora più viva e più forte, anche se costruita in poco tempo; personale in quanto, grazie agli incontri di supervisione di gruppo, ogni studente può raccontare la propria esperienza da pupazzologo, condividendo con i compagni e lo staff di APU supervisore incertezze, difficoltà e conquiste e avendo rimandi in proposito a scopo formativo e di consolidamento delle conoscenze e, soprattutto, avendo modo di riflettere e rielaborare la giornata passata nel magico Ospedale dei Pupazzi.

 

LEGGI L’ARTICOLO SU http://bagigio.psicologia-utile.it/index.php?option=com_content&view=article&id=20%3Al-ospedale-dei-pupazzi&catid=10%3Ail-mio-blog&Itemid=123

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10 Comments

  1. Investire sulle risorse interne del paziente (il buonumore è una di quelle) e avere un approccio olistico a lui e al suo problema (“ponendo al centro la persona nella sua interezza”) sono due atteggiamenti che, ormai lo sappiamo per certo, restituiscono sempre ottimi risultati da un punto di vista strettamente sanitario, oltre che relazionale: naturalmente richiedono un’attenzione, una cura e un rispetto per il malato che purtroppo non tutti gli addetti ai lavori sanno o vogliono concedere. Quando invece questi presupposti si verificano, si realizza un piccolo grande miracolo.
    Grazie per avercelo raccontato: è un’iniezione di fiducia e di benessere anche per noi!

    seannevola.eu

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    • In pediatria a Novara c’è questo progetto, ma anche molto altro:ci siamo noi volontari, le maestre della scuola in ospedale, la pet therapy, laboratori di ogni tipo…(come ho accennato anche nell’altro articolo sulla scuola in ospedale); ogni volta, ogni esperienza è un’iniezione di fiducia “a doppio taglio”, in quanto la stessa fiducia è espressa anche negli occhi e nelle parole di chi c’è dall’altra parte (i giovani pazienti e soprattutto i loro famigliari) ^_^ Grazie per il tuo commento!

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