L’ADULTO EDUCATORE


Tra due settimane ricominceranno le lezioni per tutti i bambini e ragazzi. Per molti, l’inizio della scuola combacerà con il passaggio a un nuovo grado scolastico o all’ingresso a scuola, evento che porta grande eccitazione, ma anche molte preoccupazioni.

Per tutti, comunque, Settembre è il mese dello stacco: bisogna costruire una routine diversa da quella estiva, cambiare i propri orari, fare pace con gli obblighi e i doveri richiesti dalle istituzioni scolastiche e, da non sottovalutare, nella routine scolastica è prevista la convivenza con altre persone “estranee”.

Proprio questi estranei, compagni di classe e insegnanti, sono le persone con cui tutti gli studenti passano più tempo durante la giornata! La famiglia, volenti o nolenti, viene in secondo piano.

E proprio su questi adulti “extra familiari” vorrei fare una riflessione: questi sono gli adulti autorevoli e/o (purtroppo) autoritari che per metà della giornata hanno sotto la loro diretta responsabilità i ragazzi. Hanno un potere immenso, in bene e in male.

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Possono essere i nuovi adulti di riferimento oltre ai genitori, persone fidate e a cui affidarsi serenamente in caso di bisogno, non solo preparati nelle materie di insegnamento, ma anche insegnanti illuminati, cioè che non partono dal presupposto che i ragazzi siano “recipienti vuoti da riempire di conoscenze”, o, per dirla con un’espressione molto nota “tabulae rasae”. Per questi insegnanti il sapere va co-costruito e il maestro è colui che aiuta e predispone le cose affinché l’alunno sia guidato nella costruzione del proprio sapere. Gli studenti fortunati possono incontrare almeno un insegnante di questo tipo nei loro percorsi scolastici.

Belle parole, difficili da mettere in pratica. Con fatica e impegno, però, questo è possibile e i risultati sono ottimi! Come ho detto, è difficile e richiede impegno e fatica da parte degli insegnanti. Ecco che arriviamo a un tasto dolente.

Consci del proprio potere su bambini e ragazzi, convinti che lo stipendio, tanto, arriva lo stesso, molti sono gli insegnanti, di ogni ordine e grado, che non attuano quanto detto. Anzi, come spesso si legge sui giornali, molti sono i casi in cui si arriva alla violenza (si pensi soprattutto nelle scuole dell’infanzia o primarie, dove i bambini sono piccoli e inermi) fisica o verbale.

Fatti di cronaca confermano questa prospettiva nera dell’insegnamento: insegnanti sull’orlo di una crisi di nervi (ma non per questo giustificabili) che arrivano al maltrattamento dei minori a loro affidati dalle famiglie per diverse ore al giorno.

Ma un cattivo insegnante non è solo il “violento”, ma anche, in modo molto meno drammatico, ma ugualmente dannoso, chi non si interessa dei propri alunni. Un esempio molto comune di insegnante non valido è quello che, guardando l’andamento della gaussiana del rendimento scolastico dei propri alunni è in pace con la propria coscienza, non chiedendosi cosa ci sia al di là del grafico, al di là del compito scritto, al di là della cattedra. L’insegnante viene definito “centrifugo”, cioè accentra le colpe (se così si possono chiamare) di eventuali insuccessi solo ed esclusivamente al mancato studio, all’incapacità o al disinteresse dell’alunno, ritenendo, invece, il proprio operato, ottimo ed idoneo, senza dubbio.

Quindi, in concreto, cosa deve fare l’educatore? Porre l’alunno al centro del sistema educativo.

Già Cleparède (1892) lo sosteneva affermando nella sua proposta di rivoluzione copernicana in pedagogia, che dovevano essere i programmi e, soprattutto, le lezioni e gli insegnanti ad adattarsi agli alunni e non viceversa. Cleparède aveva come esempio Rousseau che nel suo manifesto pedagogico (l’opera Emilio) afferma che la pedagogia deve concentrarsi sul bambino (puerocentrismo) superando quella che è la pedagogia normativa ed autoritaria che vuole ammaestrare il bambino “fabbricandolo” conforme a precise esigenze sociali che lo proiettano subito nel mondo degli adulti.

Il pensiero roussoniano, molto importante nell’evoluzione della didattica, è, però, ormai considerato irrealizzabile: ad esempio, Merieu critica il pensiero pedagogico di Rousseau, asserendo che sia impossibile da applicare fino in fondo.

Infatti, il bambino non può imparare solo quando ne sente il bisogno e partendo solo da un interesse proprio: già quando nasce il piccolo ha bisogno di cure e non può crescere in modo sano se non tramite la mediazione dell’adulto che lo accompagna nel mondo, inserendolo in un ambiente stimolante che lo inizi alla cultura in cui è nato.

Non stimolare l’alunno, guidarlo, spronarlo a conquistare le proprie autonomie (piccole o grandi che siano), conformarsi ai suoi interessi vorrebbe dire non farlo crescere e lasciarlo in uno stato di completa dipendenza, a una vita “vegetativa”, dove l’adulto/educatore (in questo caso il discorso prende in causa sia insegnanti sia genitori) sarebbe, in realtà, solo un contemplatore del bambino stesso (che in un attimo diventa ragazzo e giovane adulto) e delle sue attitudini e non una guida amorevole e autoritaria, che predispone l’ambiente adatto a crescere insieme e a co-costruire il sapere attraverso l’esplorazione attiva e il più possibile autonoma.

Dall’altra parte, continua Merieu, c’è un altro rischio: “imitare il dottor Frankenstein”, cioè limitarci alla fabbricazione dell’alunno, un vaso vuoto riempito di proprie conoscenze e concetti, trasformandolo in un alunno a propria immagine e somiglianza, senza, però che il giovane apprenda ciò che gli servirà per la vita.

L’insegnante/educatore di ogni ordine e grado, di scuola o di vita deve, invece, trasmettere all’alunno il patrimonio culturale, non prendendo dal passato i risultati raggiunti dai nostri antenati (un pacchetto preconfezionato senza nessun significato, imparato a memoria), ma cercando di rendere l’alunno artefice di se stesso fungendo da mediatore tra lui e il mondo, presentandolo ad esso e facendo in modo che si relazioni con esso e, in una sorta di scaffolding, fare sì che diventi sempre più indipendente, riuscendo a stare in piedi sulle proprie gambe, farsi domande e cercare autonomamente risposte, elaborando, così, saperi, anche grazie all’esperienza diretta.

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