FAVOLA DI UN GIORNO DI SCUOLA


C’era una volta una maestra.

In realtà era arrivata a fare la maestra un po’ per caso: dopo la scelta della facoltà universitaria bella e coinvolgente, anni passati in un soffio, si è trovata catapultata nella realtà.

La realtà non canonica, della maestrina di classe presente nell’immaginario collettivo…quella con la gonna al ginocchio, gli occhiali grandi, il sorriso perenne sul viso e la mela sulla cattedra; bensì la realtà della maestra in tuta, seduta per terra, con i pantaloni sporchi, che non segue le regole canoniche (per inesperienza? Perché il ruolo le sta stretto? Mah, non lo sa neanche lei) che vuole stare fuori dalle discussioni e dai battibecchi e che, per la prima volta, ha la responsabilità di seguire due bambini.

Sì, stiamo parlando di una maestra di sostengo alla scuola dell’infanzia: 27 piccole personcine di 4 e 5 anni, di cui due che necessitano di un’attenzione speciale.

La maestra lavora con il cuore, si chiede il perché delle cose che fa, come potrebbe farle meglio, pensa di trovare gli strumenti che le servono negli studi che ha fatto e che continua a fare, di accompagnare la logica alla pancia…a volte ottiene qualche successo, ma molte (davvero tante) esce dalla scuola con un peso sullo stomaco.

A cosa serve il suo lavoro? Lo farà bene e in modo adeguato? Sono domande che la attanagliano.

 

Con i 27 bimbi va d’accordo: loro la cercano, le parlano, le raccontano, le mostrano, ecc.

I due piccoli eroi fanno tutto questo ancora di più degli altri (o con le parole o con lo sguardo o con un sorriso). Ma la maestra…diciamolo…si sente in colpa. Soprattutto nei confronti di uno dei due suoi “proseliti”.

Lui infatti le dà parecchio “filo da torcere!”: si muove in continuazione per cercare sempre stimoli, fa danni, fa i capricci, litiga, sputa, gira su se stesso, appena ti giri può essere che abbia le forbici in mano per tagliare qualsiasi cosa gli capiti sotto tiro oppure fa male a un compagno non capendo che sta facendo male, colora i tavoli, ribalta scatole piene di oggetti, picchia, si picchia, urla, contesta, strilla, corre, scappa, va addosso agli altri…

La maestra è un continuo “Noo! Fermo! Basta!!”, voce alta, batticuore, rabbia, respiri profondi per non farsela montare (a che pro?).

 

E il dubbio nasce proprio da qui: “lo fai per il suo bene”, “devi avere polso perché deve imparare a seguire le regole”, “non chiedergli se gli va, digli che deve fare” le è stato detto più volte….ma quanto tutto ciò farà bene a questo bambino? A cosa gli serviranno i “nooo” e i “basta!” a ripetizione? Quanto sono per il suo bene?

 

La maestra si sente in colpa, eppure il piccolo la cerca sempre, la chiama, insieme chiacchierano, giocano a far finta di preparare bibite al peperoncino super piccante o coni gelati mastodontici, la maestra gli racconta storie di incantesimi, di pesciolini, di personaggi in bianco e nero che prendono vita se li colori, giocano a fare gara a chi ritaglia meglio (e ovviamente vince lui) e lui le racconta dei suoi desideri e dei suoi amici, di casa e del papà che finalmente è tornato a casa dopo una lunga assenza per lavoro, delle sue gite con la mamma al museo o a spasso.

 

La maestra si sente in colpa, eppure il piccolo, quando bisticcia con un compagno che non lo fa giocare (perché, purtroppo, i compagni fanno fatica a giocare con lui per i motivi già elencati prima), la cerca per chiedere aiuto, per piangere, per chiedere giustizia. E la maestra con il peso sullo stomaco fa di tutto perché i compagni lo includano nei loro giochi: insegna al bimbo a chiedere scusa, per favore, posso?, interviene come mediatrice. Funziona? Pochissimo. Il bimbo si rotola per terra in preda ai capricci, la maestra ha lo stomaco indolenzito e prova a minimizzare il problema che ha fatto nascere il pianto, prova a ignorare il capriccio cambiando argomento, proponendo un nuovo stimolo. Funziona? Solo a volte. Eppure il bimbo la cerca ogni volta.

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