LA FILOSOFIA COME PRATICA DI VITA


L’EVENTO DELLA FILOSOFIA

Dott. Luca Monfrinotti 

In questo articolo cercheremo di delineare la filosofia non come un insieme coerente di contenuti determinati, bensì nella sua dimensione esistenziale: la filosofia come una pratica di vita che trova il suo fondamento e la sua possibilità in un evento della nostra esistenza.

La “filosofia” è una attività umana che, per investire e coinvolgere la vita del singolo, deve avere una motivazione visibile a partire dalla vita concreta. Si tratta, per comprendere ciò che la filosofia significa in questa prospettiva, di mostrarne la portata antropologica.

Noi esseri umani ci pensiamo e ci diciamo, comunemente, degli “esseri coscienti” di sé e del mondo circostante. Ci poniamo domande, e dunque facciamo filosofia, solo perché abitiamo questa consapevolezza. Ma cosa significa, nello specifico, questo “esser coscienti”? La risposta più semplice sembra essere questa: “avere la possibilità di prendere una decisione”.

La peculiarità dell’auto-coscienza è la decisione, l’ “esperienza” della decisione.

Ogni decisione presuppone però ciò che si può decidere (“prendo e uso questo oggetto piuttosto che quest’altro”) e ciò rispetto a cui posso decidere (mi muovo con familiarità nel mondo e faccio le scelte di volta in volta più opportune perché abito già un mondo, e cioè una totalità di possibilità che mi consentono di decidere).

Io posso scegliere solo perché ho già sempre almeno due cose tra cui posso scegliere; ho almeno un’ alternativa.

La coscienza è, innanzitutto, una “totalità” di possibilità tra cui posso scegliere: questa peculiarità individua nel modo più proprio, come Heidegger osserva nella sua analitica esistenziale (in Essere e tempo), il nostro modo di essere-nel-mondo. Ciascuno di noi, infatti, occupa uno spazio, ed è “nel” mondo anche in questo senso spaziale; però, rispetto ad una cosa inanimata, l’uomo si muove ed è costantemente interessato a questo o a quello, intrattiene dunque un rapporto intenzionale con il mondo. Questo però è possibile solo se ho già una familiarità con le cose che mi circondano, e cioè se esse si manifestano a me: le vedo, mi interesso, mi muovo verso il martello perché lo devo usare o prendo il libro per leggerlo. Perché qualcosa possa “manifestarsi”, pertanto, deve avere per me qualche significato; quel “qualcosa”, insomma, non occupa solo uno spazio, ma, potremmo dire, ha un ruolo, ha il suo posto in una rete di relazioni. Se però io non avessi già una rete di relazioni, una totalità di significati, in cui ogni cosa assume il proprio “posto”, nulla potrebbe manifestarsi a me, interessarmi, intrattenere una relazione “intenzionale” con me. Non potrei mai usare il martello, se non sapessi anche del chiodo, della parete a cui appendo il quadro, etc. Per questo il mondo non è semplicemente un “contenitore” in cui mi trovo; piuttosto, intrattengo con il mondo una relazione intenzionale originaria, inaggirabile, e questa “relazione” mi rende ciò che sono.

Potremmo dire che il mondo, per come lo intende Heidegger, è parte di me; “coscienza” e “mondo” non sono elementi contrapposti che poi entrano in relazione. Se non avessi un mondo non potrei essere e dirmi “cosciente” (dunque, in un certo senso, coscienza e mondo sono sinonimi).

Risulta chiaro che essere “coscienti” significa, pertanto, avere sempre una rosa di possibilità, e dunque vivere necessariamente nell’ottica della scelta e della decisione; avere, dunque, una radicale inquietudine, che non si tratta di risolvere, perché non è un difetto, bensì la dimensione originaria ed ineliminabile dell’essere umano, ciò che l’uomo “deve essere”, “ha da essere”.

Non vi è nulla di più tranquillo di una macchina, di un motore, che funziona secondo il suo dovuto funzionamento meccanico, e non ha alternative.

Se per l’uomo vi è qualcosa di dovuto (pensiamo, se oggi ancora hanno una voce e uno spazio, ai “valori” della morale e dell’etica) esso va costantemente realizzato perché è sempre, finché l’uomo è in vita, soggetto alla scelta. Per questo, il fatto che l’uomo si ponga un fine implica tensione, aspirazione e lotta; proprio perché nulla vieta all’uomo di non porselo. Io non solo posso decidere di tirarmi indietro da una posizione che avevo assunto; prima ancora, ho dovuto assumere quella posizione, ho dovuto decidere per quel compito che ho scelto di realizzare. Potremmo pertanto osservare, quasi con un gioco di parole, che il fine “dovuto” per l’uomo è sempre un fine “voluto”. Certamente, come osserva Heidegger con la questione della gettatezza, ciò che io non ho potuto decidere è il puro e semplice fatto di essere libero; non ho potuto decidere, insomma, di venire al mondo e fare qualcosa di me stesso; non ho scelto di assumere la mia umanità. Questa mia condizione, di radicale non-scelta, di radicale dipendenza, si congiunge al fatto che, come essere umano, sono sempre chiamato a scegliere, a fare qualcosa della mia vita.

Vi è dunque, come ben si capisce, una condizione di dualità paradossale: l’uomo, vivendo, incorpora il debito, ed è cosciente di sé e sceglie in quanto ha anche incorporato il proprio debito di radicale dipendenza. Finché l’uomo è in vita prova a “sdebitarsi”, a realizzare se stesso, la propria autonomia, la piena libertà. Proprio perché è un compito impossibile, l’uomo lo deve sempre realizzare. L’uomo, in altri termini, non può abbandonare la sua condizione di libero plasmatore, perché non deve semplicemente realizzare dei compiti o ritrarsi da essi, ma è lui stesso il proprio compito.

Si capisce, a questo punto, che affermare di essere “liberi e coscienti” non basta.

Bisogna piuttosto sostenere che la nostra libertà è la costante possibilità di scegliere a partire da una totalità di possibilità presupposte, a partire da una gettatezza non decisa. Questa dualità paradossale è la radice della filosofia.

Allegoria della caverna, Platone, libro settimo de La Repubblica (514 b – 520 a)

Può domandare e ricercare solo chi ne senta l’esigenza; questa esigenza ha il suo fondamento in una particolare consapevolezza della condizione umana. Tornando a Platone e alla sua celebre allegoria della caverna, questo diventa chiaramente comprensibile: solo chi fa l’esperienza dello “slegamento”, e si accorge del fatto che le ombre che ha sempre visto sono la proiezione dei simulacri, avverte l’esigenza di indagare, andare oltre, forse uscire dalla caverna per vedere cosa si trova fuori. Chi è legato non può comprendere la condizione del prigioniero libero. Questa condizione è uno stupore nei confronti del mondo, delle ovvietà che ho sempre respirato e dato per scontate. Vorremmo in questa sede sostenere che questa condizione non è e non può essere decisa dal singolo, ma scaturisce nel corso della sua esistenza: in tal senso è un evento, imprevedibile e non programmabile, che riorienta la nostra dipendenza dal reale: la “libertà” del singolo si situa piuttosto nella possibilità di scegliere se “affrontare la salita aspra e ripida”, e dunque indagare quelle ovvietà che non sono più per lui ovvie, oppure continuare a far finta di niente (metaforicamente, pur essendo un prigioniero slegato far finta di essere ancora legato).

Tuttavia, anche chi indietreggia dalla possibilità della filosofia non potrà abbandonare l’inquietudine che ne costituisce, come evento, l’origine: la consapevolezza che il mondo è “più” di ciò che la cultura a cui appartengo mi ha insegnato e che ho sempre creduto essere la verità assoluta. La mia “cultura” non è più l’unica vera, ma una tra le possibili culture. L’elemento di fondamentale interesse consiste in questo: quell’eccedenza, quel “più” che si annuncia nella mia vita e mi chiama ad indagare, non è qualcosa che mi motiva in quanto è già stato raggiunto: piuttosto, si annuncia nella mia vita come un compito, costante ed ineliminabile, da realizzare costantemente, che mi spinge a superare continuamente i limiti della cultura a cui appartengo e del sapere che, fino ad oggi, è stato raggiunto dall’uomo.

Questa è la filosofia; non un insieme di sillogismi che fanno a pugni con le verità scientifiche, ma ciò in cui consiste la “scienza” stessa, nella sua più profonda radice: l’esigenza di ricercare che contrasta il “sentito dire”, che lotta contro le opinioni diffuse, contro i saperi apparecchiati dai potenti, motivata dal motore della verità, dal bisogno di verità.

Lo scienziato vero è dunque un filosofo, per lo meno nel senso in cui abbiamo appena detto. Per esprimere il concetto in altri termini, possiamo affermare che l’opzione della filosofia non è la scelta di un “contenuto” determinato di verità, ma la decisione per una forma di vita, per un modo di esistenza, conseguente all’apertura originaria non decisa, lo stupore nei confronti del mondo, l’evento della filosofia (l’apparire della “verità” culturale in cui sono sempre vissuto come insufficiente).

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1 Comment

  1. COMMENTI DA FACEBOOK (https://www.facebook.com/blogliberamente)

    Claudio Riboldi · Tra gli amici di Filosofia E Nuovi Sentieri

    Sarebbe stato un ottimo intervento se non fosse stato rovinato, proprio sul finale, da un’infelicissima commistione fra Filosofia e scienza. Heidegger stesso ha ampiamente dimostrato la totale incompatibilità tra queste due antitetiche forme di pensiero, sottolineando che il sapere scientifico non è dato al di fuori dell’orizzonte strumentale della dimensione oggettivante. Kierkegaard, dal canto suo, un secolo prima di lui, sottolineò brillantemente nella “Postilla conclusiva non scientifica”, come, dal punto di vista teoretico, non possa esistere che una verità soggettiva, ossia “una verità per me”. Il richiamo al ruolo della coscienza come luogo di pensabilità di una relazione tra un “io” e un “tu” è tipica della riflessione morale, ma è totalmente assente nel modo di porsi e di darsi della prassi scientifica, dal momento che gli scienziati sono “incoscienti” per definizione.
    6 marzo alle ore 22.17 · Non mi piace più · 1

    Luca Monfrinotti

    Grazie per le sue osservazioni. In questo intervento intendevo mostrare solo un elemento, cioè l’esigenza esistenziale della ricerca come premessa per un’attività di ricerca, che mi pare di ravvisare come radice comune di saperi che possono anche essere distinti nei contenuti e nei metodi. Per questo proponevo, ma si tratta solo di un suggerimento teoretico, la possibilità di riconoscere una radice esistenziale comune a saperi che possono essere considerati incompatibili.

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