HUSSERL: LA FENOMENOLOGIA E L’INIZIO DELLA FILOSOFIA (PARTE I)


Dott. Luca Monfrinotti

Nel precedente articolo abbiamo considerato la filosofia a partire dall’etimologia del termine: amore, tensione per il sapere.In questo senso la filo-sofia era considerata come l’esigenza (l’apertura) che rende possibile la ricerca come evento esistenziale “motivante”. Un rinvio fondamentale alla fondazione platonico-socratica della filosofia come frattura dell’ovvietà del mondo è al centro della proposta filosofica di Edmund Husserl (1859-1938).

A partire da Husserl cercheremo ora di vedere la demarcazione ed i rapporti tra la scienza e la filosofia.

Un problema centrale della fenomenologia, che occupa largamente molte delle opere pubblicate di Husserl, è la questione dei limiti e delle possibilità del sapere. Husserl, che venne dagli studi matematici, intese “far filosofia” evitando di assumere qualunque pregiudizio tradizionale; per questo fu particolarmente interessato alla fondazione di un sapere evidente e alla questione dell’ “inizio”.

In realtà, come nota bene K. Held[1], la necessità di evidenza e di oltrepassamento dei pregiudizi come fattori fondamentali del lavoro filosofico sono, di per sé, la ripresa di una tradizione lunghissima – la tradizione platonico-socratica che distingue doxa ed episteme che la fenomenologia assume dunque come proprio “debito”. Husserl stesso, in alcune opere, pone un’attenzione notevole a questo rapporto, a questo legame inevitabile con una tradizione millenaria, che ha la sua radice nella fondazione della filosofia in Grecia. Egli rileva la “comparsa” della filosofia, presso i greci, come la chiamata alla verità e all‘identico che innesca un compito universale ed infinito, rivolto all’unico mondo.

Il greco prova disprezzo per i barbari ed, inoltre, le mitologie a lui estranee […] Ma nell’intimità dell’interazione tra i diversi popoli presto sollecitata […] era certo possibile ad un certo punto, come accadde davvero, rendersi conto del fatto che in tutte le diversità dei mitologemi propri e stranieri […] emergesse comunque un nucleo extra-mitologico, che tuttavia li include, avete il medesimo contenuto come quell’identico che, in questi diversi popoli e mitologie, viene soltanto diversamente appercepito. Si tratta certamente dello stesso sole, della stessa luna, della stessa terra, dello stesso mare, ecc […] Da allora in poi si compie la prima scoperta della differenza tra un essente identico in sé e i molteplici modi soggettivi di apprensione e manifestazione.[2]

La “storia della filosofia” viene intesa come una storia teleologica. Nella Crisi delle scienze europee, l’ultima grande opera pubblicata da Husserl, questo elemento viene posto in evidenza negli appassionati paragrafi iniziali, che tematizzano il legame ed il debito dei filosofi attuali con la tradizione che essi assumono. La “teleologia”, evidentemente, non è da intendere come disegno intelligente, progetto di un dio esterno al mondo. Si tratta piuttosto di una teleologia interna: la storia della filosofia è finalizzata perché ciò che tutti i filosofi condividono e assumono, nella loro ricerca attiva, è innanzitutto un “fine”, un “compito”, che li spinge e li guida ad oltrepassare i limiti e le oscurità.[3]

Il lavoro filosofico consiste nella realizzazione storica di un compito “fondato” dalla filosofia greca, che viene rifondato e condiviso dai filosofi e li rende partecipi di una storia comune. Nel linguaggio husserliano un ruolo fondamentale assume, in questo contesto, il termine “volontà”. A più riprese Husserl non manca di osservare come la filosofia richieda la decisione del singolo che affronta una vita filosofica. Ma non è tutto qui: sia in queste pagine della Crisi, sia nel dialogo con Fink della VI meditazione cartesiana, Husserl sembra avvicinarsi molto all’idea che la “decisione” implichi una preliminare – e, vorremmo sostenere, “non decisa” – previsione del compito filosofico: implichi, secondo il linguaggio che avevamo utilizzato nel precedente articolo, l’evento della filosofia. Nel par. 15 della Crisi viene affermato: «pensare autonomamente, essere un filosofo autonomo nella volontà di liberarsi da tutti i pregiudizi: quest’esigenza gli è imposta dal fatto di aver intuito come tutte le ovvietà siano pregiudizi, come tutti i pregiudizi siano oscurità derivanti da una sedimentazione tradizionale.»[4]


Note:

[1]K. Held, L’opera di Husserl: evidenza e responsabilità, tr. it. Di E. Baccarini, in “Studium”, settembre-ottobre 1988, pp. 695-708.

[2]E. Husserl, La storia della filosofia e la sua finalità, Città Nuova, Roma 2004, pp. 92-93.

[3]E. Husserl, La crisi delle scienze europee e la fenomenologia trascendentale, , tr. it. di E. Filippini, Il Saggiatore, Milano 2008, pp. 99-100.

[4]Ivi, p. 100.

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