I GIOVANI ALL’OPERA. INVITO ALL’ASCOLTO


Cecilia Conte

Prendiamo un qualunque teatro di provincia, un cartellone ricco, qualche titolo operistico un po’ ricercato, la restante programmazione invece nota ai più.
Prendiamo poi uno studente o ex-studente modello, una mente giovane, aperta ed interessata.
Le probabilità che i due soggetti si incontrino saranno infinitamente basse; i dati parlano chiaro: i giovani all’Opera sono sempre meno.

Quale sarà dunque il futuro del teatro, quali saranno le probabilità che immensi capolavori del passato possano continuare ad essere rappresentati in futuro? Che ne sarà di Puccini, Bizet, Mozart, Rossini, Wagner, Mascagni, per citarne solo alcuni tra i più noti, quando verranno a mancare anche quelle poche attenzioni che ancora vengono loro tributate?
Come fare perché un neofita possa imparare a conoscere ed apprezzare l’immenso mondo che il panorama operistico schiude agli occhi, anzi, alle orecchie dell’ascoltatore?

Purtroppo, come sempre succede anche in numerosi altri campi, il teatro musicale richiede un’educazione di base minima: è assai difficile per un ragazzo che mai prima ha avuto occasione di ascoltare un’aria o entrare in un teatro, non sentirsi escluso da quel calore del mondo spagnolo che Bizet ci dipinge nella sua Carmen.
Come pretendere che un individuo bombardato da modelli di vita eccitanti, spinto ad una continua ricerca di quell’idea di felicità che troppo spesso coincide con un divertimento sfrenato e spensierato possa emozionarsi di fronte alla drammatica morte di Tosca o al sublime gesto di perdono della Contessa d’Almaviva?
Che dire poi della straordinaria ironia della rossiniana Cenerentola, ironia probabilmente incomprensibile all’ascoltatore ahimè abituato alla comicità ben più immediata di gran parte dell’offerta proposta dall’attuale panorama televisivo.

“La luna l’abbiamo vicina” canta Rodolfo alla “gaia fioraia” Mimì, eppure, di fronte ad una così splendida “luna” come quella della Bohème, il giovane spettatore fugge apatico.
Dovere di noi appassionati ascoltatori è dunque quello di offrirci all’altro in veste di “educatori”, di invitare ad ascoltare, di condividere non solo le poche informazioni di cui siamo in possesso, ma anche le molte e forti emozioni che l’ascolto suscita in noi.
Ecco così che scopriamo, insieme al mondo fantastico in cui il compositore ci guida tenendoci per mano, l’immensità di un altro mondo, quello in cui entriamo solo tenendo a nostra volta per mano il nuovo amico-spettatore.
Che gioia allora, nello splendore del Quartiere Latino, poter sussurrare alla poltrona vicina “Guarda un po’ qui, il caro Puccini, quanto si avvicina allo Stravinskij di Petruška” sentendosi rispondere “non lo conosco, portami a sentire anche quello”!
Che meravigliosa sensazione potersi emozionare insieme, mentre Musetta canta civettuola “quando me’n vo…”!
E quando, poi, vedremo lacrime solcare il viso del nostro neofita, sullo straziante ultimo grido di Rodolfo, “Mimì… Mimì!”, avremo la certezza che le poltrone di quel teatro di provincia si saranno conquistate un giovane spettatore in più.

E’ difficile amare un’Opera nella sua completezza, ancor più difficile è poi conoscerla, ma l’immensità di emozioni che regala è cosa indicibile, se non sperimentandole in prima persona.
E allora, cari non appassionati, perché non provarci?

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