OLD SNAKE


Veronica Zaga

Capitolo 1



Schermo nero.

 

Uno sparo.

 

– Hai due possibilità, Snake.

 

Deserto.

 

Si vede un uomo di mezza età, ha un cappello a larga tesa, i pantaloni frangiati e un gilet schizzato di rosso.

La sua faccia è sporca di strati di terra e polvere.

Mastica tabacco e scandisce le parole.

Tiene un revolver puntato davanti a sé.

 

– La prima è la più semplice: mi dai il sacco.

 

Con la sua mandibola ruminante produce un appiccicaticcio scalpiccio che dà sui nervi alla maggior parte dei presenti.

Lo sentono tutti perché il silenzio è interrotto solo da sussurri di vento.

 

– La seconda è la più ragionevole: mi dai il sacco. Però prima ti condisco le budella.

 

Sputa.

 

La telecamera ruota l’obiettivo.

Ci troviamo dall’altra parte, di fronte all’avversario .

Sta dritto, con le braccia tese lungo i fianchi. È ferito ad una gamba.

Il suo fucile è scarico e i due complici alle sue spalle hanno lasciato i loro sul carro.

Ha i baffi così biondi che sembrano bianchi.

Gli occhiali da sole nascondono solo in parte una cicatrice che gli arriva fino alla bocca.

Se li sfila.

Adesso i suoi occhi di ghiaccio sono in primo piano.

 

– Cosa scegli, vigliacco? – Chiede il masticatore al Serpente.

 

… Appena pronuncia il punto esclamativo viene sorpreso da una pallottola nel petto…

 

Strabuzza gli occhi e gli cade la pistola.

 

– La terza è sempre la scelta migliore, vecchio bastardo.

 

(Per fortuna aveva una monocolpo nella tasca dei pantaloni…)

 

 

Il vecchio si era portato dietro degli scagnozzi che adesso aprono il fuoco.

 

Nikki Cox e Bentley Hunter si tuffano a proteggere il Serpente Snake, il loro capo.

 

Scoppi e un gran polverone che prepara il cambio di scena…

 

Appare il titolo, laconico in mezzo al video.

OLD SNAKE

 

 

 

 

 

(E poi il nome dell’artefice).

OLD SNAKE

una produzione di Berry Berrimoure.

 

 

 

 

 

 

 

La mia storia inizia adesso.

 

La camera da presa sta catturando la mia immagine.

 

Sono uno spettacolo.

 

Oddio, non come un cowboy. Loro sono muscolosi armadi a tre ante.

 

Io peso 119 libbre per 170 cm di altezza.

Ma non ci tengo a far parte del club di quei pappa molla.

La mia indole è più vicina a quella di un pistolero.

L’unico problema è che quando cammino per la strada non incuto timore.

 

C’è solo una cosa che mi distingue da tutti gli altri, il mio biglietto da visita:

 

La mia Magnum non perdona

 

 

Okay, okay. Detta così è una tamarrata.

Ma ho privilegio di raccontare la storia, no? Potrò pur togliermi qualche sfizio.

 

 

Ho colpito l’ultima bottiglia. La pallottola l’ha trapassata con naturalezza.

Adoro il suono che produce. L’unico che si sente nella quiete del deserto.

 

Svuoto la pistola e me la nascondo nelle mutande.

Prendo il secchio dell’acqua.

Devo tornare alla Second House.

 

Gus mi ammazzerebbe se sapesse che sono io che gli finisco le munizioni.

Però c’è da dire che calcolo con precisione il fabbisogno per la difesa della sua tenuta.  Ne prendo una ventina al giorno al massimo.

Non lo lascerei mai nella merda.

 

 

Eccomi di nuovo al saloon.

Appoggio il secchio dietro il bancone (è enorme, ogni volta mi chiedo come riesco a trasportarlo) e spero che ci pensi dopo Gus a imbottigliare, quando torna dal buttare la spazzatura.

 

Alzo gli occhi davanti a me: sembra di essere ancora nel deserto. Non c’è nessuno, solo un ammasso di tavoli e sedie di legno.

Prendo uno straccio e mi metto a pulire.

Non ne posso più di questa routine.

Ho solo diciotto anni ma lavoro da quando ne ho quindici nella locanda di Gus Lambert, la Second House.

Qui mi trovo bene, devo dire (non mi becco più calci sulle caviglie come quando stavo dal fabbro). Però fatico tutto il giorno, dato che a Gus è venuta da poco l’idea di affittare le camere al piano di sopra.

È diventato un motel a ore, più o meno. C’è sempre un certo via vai.

E a lui non importa, dice:

“Almeno abbiamo qualcosa da fare”.

 

Da quando Amalia è morta è diventato un pazzo. Non si ferma nemmeno per dormire, se non quelle quattro ore a notte.

Afferma che la morte di sua moglie non c’entra un bel niente. Sì, e chi gli crede…

Ma se aveva così voglia di impegnarsi le giornate, perché coinvolgere anche me???

 

Quel vecchio sgobba dalle cinque del mattino alle due di quello dopo. Per fortuna per i turni notturni chiama Virgil, suo nipote (strambo ma simpatico) che lavora part-time nella rosticceria di Norton.

 

Io invece (tranne nel week end) posso “dormire”.

Cioè, ogni due ore mi sveglio perché sento muggiti di ogni genere da parte dei clienti.

Da quando metto la cera nelle orecchie, però, va decisamente meglio.

 

I miei turni non sono così male, dopotutto.

Il sabato e la domenica la mattina riposo. Comincio alle tre di pomeriggio e finisco alle due di notte.

Il lunedì ce l’ho libero.

Per il resto della settimana inizio alle 5 e stacco o alle 18 o alle 21, a giorni alterni. Con qualche pausa in mezzo, quando Gus mi manda a far rifornimento d’acqua, ad esempio.

Non mi devo lamentare.

Senza la famiglia Lambert avrei continuato a vivere per strada, vicino al bidone della spazzatura nel vicolo dietro la panetteria del signor Tobin.

 

All’epoca del fabbro di dollari non ne vedevo.

Pover’uomo, lui faceva quello che poteva. I calci che mi dava in fondo me li meritavo: delle volte avevo così fame che mi accasciavo a terra e tralasciavo il lavoro.

Fuller mi pagava in pollame, uova, latte e formaggi. Per accompagnarli, nella spazzatura del fornaio trovavo qualche pezzo di pane ammuffito. O solo bruciacchiato, se andava bene.

Mi vergognavo di non avere una casa e perciò a Fuller non l’ho mai detto.

Mi lavavo al fiume e appena ne avevo occasione rubavo i vestiti stesi ad asciugare fuori dalle abitazioni. In piena notte, come i ladri professionisti.

Cercavo quelli della mia taglia, ma cadevano sempre troppo larghi quando li indossavo.

 

 

Sto pulendo il pavimento.

Guardo lo spazzolone.

Ma un mocio, non andava bene?

No, un bastone con una punta spelacchiata. Peli di cavallo e setole di maiale.

 

In questa città è come essere nel 1800, è già tanto se la sera abbiamo la corrente elettrica.

Questa gente è fissata con le tradizioni e con l’autosufficienza.

Non che non ci sia commercio con le città vicine, ma è davvero il minimo per la sopravvivenza.

Siamo nel 2015, diamine. Come si fa ad usare carrozze e cavalli per viaggiare e asini per trasportare i carichi?

 

L’unico aspetto positivo sono le armi da fuoco d’epoca.

Una figata.

 

Goldhill è famosa per queste cose. Ogni anno, il 10 luglio, fanno il “Weapon Day”, una fiera di armi antiche che richiama un sacco di turisti. L’unico giorno in cui si vedono stranieri.

 

Il fatto è che in città ci sono giacimenti d’oro di cui gli abitanti sono gelosi.

È la loro ricchezza e non hanno intenzione di condividerla.

 

Non c’è nemmeno internet.

 

 

I miei sono morti quando avevo otto anni.

È per questo che vago per la città senza fissa dimora.

Non che quando erano vivi io non lo facessi.

Rapinavano le banche, i treni… qualsiasi cosa fosse rapinabile, a dire il vero.

La fuga era inevitabile in quelle condizioni.

Una casa con una tenuta di cavalli o bovini, un cane scodinzolante e un carretto trainato da un asino sarebbe stato troppo per loro. Iperattivi del cavolo.

Non giudicatemi, io li amavo come ogni povero bastardo ama i suoi genitori.

Ma di sicuro non passo le mie giornate ad architettare vendette contro i loro uccisori.

Erano dei fuorilegge e si sono meritati quello che hanno ricevuto. Fine della storia.

 

 

Sento Becky nitrire.

 

Becky è la cavalla del padrone. È legata fuori dalla locanda e appena vede un qualcuno avvicinarsi impazzisce, si imbizzarrisce e nitrisce come una pazza. Non è tanto a posto, secondo me.

 

In ogni caso, questo è il segnale di clienti in arrivo. Perciò poso lo spazzolone e mi preparo dietro il bancone, in attesa.

 

È un uomo.

Ha un completo elegante color crema, una bombetta pigiata sulle orecchie, scarpe tirate a lucido e uno strano bastone. L’impugnatura è la testa di un American Pit Bull Terrier con la bocca spalancata.

A parte questo, tutto in lui denota classe.

 

Però è vecchio. Ha la pelle del viso che sembra la corteccia di un albero da quanto è grinzosa, i suoi occhi sono grigi e inflessibili, il suo naso è grosso con una gobba  (sembra finto). Ha dei baffi scuri e impomatati.

Mastica tabacco e ciononostante non perde la sua eleganza.

 

– Salve, – dico senza emozione, accennando un sorriso.

– Buon pomeriggio, giovanotto. – Mi fa lui, con savoir faire. – Si può avere uno Scotch con ghiaccio?

 

Si siede su uno sgabello al banco.

Gli metto davanti un bicchiere vuoto e una sputacchiera.

 

Faccio per prendere il tritaghiaccio quando vedo una Colt Navy che mi saluta.

Perché Gus ha infilato una pistola del 1851 in una brocca di vetro?

 

Sposto le pupille sul cliente. È intento a gingillarsi con un orologio da taschino d’oro.

Si mette a caricarlo.

 

– Pezzi come questo non ne vedi più in giro, – mi sorprende lui.

Un tuffo carpiato al cuore. Non mi sta guardando ma mi vede.

 

– Adesso li fanno con il cinturino, in effetti.

 

Il mio sarcasmo lo diverte, ride a sbuffi.

Si protende verso di me. Sto tremando.

Mi piazza la cipolla dorata a pochi millimetri dal naso. (Ha le unghie sporche di nero…)

 

– Guardalo bene, ragazzo.

 

I numeri romani sul quadrante sono sfuocati da quanto sono vicini. Quello che avverto distintamente è invece il ticchettio costante della lancetta dei secondi.

 

– Questi qua sono unici. Uno Swatch, metti anche un Rolex, se si guastano si fermano per sempre. Questo orologio, invece, è eterno. Continuerà a scandire i secondi, i minuti e le ore anche quando rimarranno soltanto le briciole degli esseri umani sulla Terra.

 

Deglutisco e rimango con lo sguardo fissato sull’oggetto:

– Se qualche gorilla lo trova e lo carica, sicuramente.

 

Sento l’uomo sbuffare senza controllo. Che risata ridicola.

 

Toglie il suo orologio dalla mia faccia. La mia vista torna in asse e posso mettere a fuoco le immagini.

La mia attenzione torna alla Colt.

 

È l’occasione giusta per mettermi in mostra.

 

 

Quest’uomo mi dà i brividi, il suo sguardo trasmette autorità. Ho avvertito la sua superiorità fin dal suo ingresso nel saloon. Ho pensato: “questo deve essere un pezzo grosso”. E dopo averlo sentito parlare ho aggiunto: “un campione di retorica. Uno che ha così tanti soldi da avere il tempo da dedicare alla cura del proprio corpo e del proprio linguaggio”.

 

Perciò voglio fargli impressione.

Non so, magari mi adotta.

 

Prendo in mano la lastra di ghiaccio e lancio in alto. Il mio dito è già sul grilletto…

Sparo e frantumo. I cubetti centrano il bicchiere.

 

– Ecco il suo ghia…

 

Non riesco a finire la frase. Mi sta guardando.

 

– Davvero impressionante. E nemmeno troppo igienico. Ad ogni modo… come ti chiami, ragazzino?

 

– Charlie Hunter, signore.

 

Mi fa segno di versargli lo scotch e io ubbidisco.

Le sue dita dicono: “ancora un altro po’, ragazzo”, e io riempio il bicchiere fino all’orlo.

 

Sputa il tabacco e sorseggia. Il silenzio che ci divide mi carica di nervosismo elettrostatico.

 

-Dimmi, – riprende asciugandosi i baffi con il pollice – dov’è che hai imparato a mirare a quel modo?

 

La mia mente si immerge in un flashback come in un trip, appena prima che le parole escano dalla mia bocca…

 

 

Agua Dulce High School.

8.03 a. m.

 

– Charlie Hunter.

 

Sedevo dietro Caesar Tylor.

Quello sbruffone mi dava il volta stomaco.

Però aveva le spalle spesse e mi nascondeva dalla supplente.

 

– Hunter Charlie.

 

Avevo costruito un lanciafiamme con un phon.

Lo stavo finendo, mancavano le modifiche per la regolazione della gittata.

L’ultima volta avevo incenerito i capelli della prof. Un mese di convalescenza e assoluto riposo.

 

– CHARLIE HUNTER.

 

Mi chiedevo per quale assurdo motivo la preside non mi avesse espulso.

Credo di averle fatto pena.

A tutti aveva detto che si era trattato di un incidente, agli insegnanti, ai genitori…

Aveva convinto la stessa signorina Jake: “Sally, è stato un errore. Ricordi?”

Beh, non era tanto lontano dalla realtà. Avevo regolato male l’arma, mica l’avevo fatto apposta.

 

– CHARLIE.

 

Mi era arrivato il registro sulla testa.

I miei compagni di classe ridevano come iene e la signora Tibbs sbraitava, aveva il faccione paonazzo. Sembrava stesse per esplodere.

 

Cervello, liquido cerebrale e sangue dappertutto.

 

 

Ho aspettato l’ora di pranzo per continuare il mio lavoro.

 

Me ne stavo sull’erba del giardino della scuola. Avevo finito le ultime modifiche e la mia arma era pronta per essere inaugurata.

Visto il mio amore per compagni di classe e insegnanti, qualche idea mi stava già ronzando nella testa…

Eppure mi trattenevo.

 

Ero su di giri quando… quei rompiscatole dovevano dire la loro.

 

– Sei un rottame, Charlie. Hai i vestiti luridi e i capelli unti. Sei imbarazzante, – diceva Miss Jody reginetta d’estate, bionda e commerciale.

 

E il suo fidanzato Kurt, il quarterback abbronzato con gli incisivi separati, rincarava:

– Dovresti avere vergogna di te, dovresti guardarti addosso e prendere atto della realtà.

 

Tutti gli altri erano attorno e avevano creato un capannello di voci distorte che si affollavano nella mia mente.

Sottolineavano presunti difetti, rimproveravano consigli.

 

E poi ho fatto partire una fiammata.

Si sono ammutoliti all’istante.

 

– Se credete che mi importi qualcosa del vostro patetico parlottare, vi sbagliate.

 

Era la frase più lunga che avessi mai rivolto loro.

 

Eravamo tutti contro uno, ma io avevo il fuoco.

 

– E vi consiglio di guardare voi stessi nello specchio. Voi non siete nulla, inutili figli di papà viziati da un cibo premasticato. Voi non siete nulla e io HO IL POTERE.

 

Fiamme e fuggi fuggi generale…

 

 

 

– Ma poi sono arrivato io, ti ricordi? – dice Vic con la sua “r” affetta da rotacismo.

Come ogni lunedì, sono a casa sua (ad Agua Dulce) per studiare informatica.

– Sì, certo.

 

Mi guarda senza convinzione.

 

– E quindi perché non hai raccontato altro a quel tipo?

– Perché è arrivato Gus e mi ha impedito di farlo.

– Ah sì? Cioè?

– È rientrato e appena ha visto quel tipo è sbiancato e mi ha rimproverato, dicendo che “non dovevo annacquare di chiacchiere i clienti”. Però mi è sembrato strano.

– Che cosa?

– Sembrava quasi l’avesse fatto per impedirmi di parlare troppo.

– Pensava che il vecchio elegantone potesse essere pericoloso?

– Ho questa sensazione.

– Beh, dopotutto, anche se fosse, non hai raccontato nulla di che.

– No.

– E poi… che esagerazione. Cosa potrebbe mai succedere?

– La mia città non è molto civile.

– Quale città lo è?

 

Vic ha ragione mi sto preoccupando troppo.

 

– Comunque, io sono l’unico che a scuola aveva capito il tuo segreto, – cambia discorso.

Ha il viso sudato e gli occhiali gli scivolano sul naso. I suoi capelli ricci sono spettinati, come al solito.

È un nerd ma se una principessa lo baciasse di sicuro diventerebbe un principe. Ne ha il potenziale. Mica è brutto, dai. Anzi.

 

Gli sorrido e spero tanto che quel segreto non lo riveli a nessuno.

 

Parlare col mio amico mi tranquillizza.

 

Però dentro di me qualcosa non quadra, perché rivedo gli occhi di quel vecchio, il suo orologio da taschino, lui che beve lo scotch e si pulisce i baffi, la sua risata a sbuffi, le sue unghie sporche… e mi pare di sentire una voce sussurrare:

 

“Tra non molto Charlie, tra non molto…”

 

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