OLD SNAKE


di Veronica Zaga

Capitolo 2

sdfhm,

Mi chiamo Vic Young e sono il più grande programmatore informatico del mondo.

Solo che il mondo ancora non lo sa.

 

Oggi c’è Charlie.

È qui da due ore e ha già imparato metà delle lezioni della settimana. Mi chiedo come ci riesca.

 

Sarebbe bello se venisse con me in Università. Avrei un alleato nella cyber lotta a Tim e Roth. (Si credono chissà chi e poi non sanno zippare un file).

 

Ma Charlie non può, deve sprecarsi a servire drink nella topaia di Non-So-Accendere- Un-Computer-Gus.

Se solo mio padre non fosse così stronzo… sarebbe ospite a casa mia, come minimo.

 

Mentre studia con il mio portatile, io mi scanno sul pc a un gioco di ruolo multiplayer online.

Perché se metto su uno sparatutto faccio troppo casino.

 

Vicino al mouse ho preparato un piatto di formaggi misti.

Vado matto per quella robaccia gialla.

 

Schermata iniziale. Inserire i dati.

 

Nickname: Last Keybo4rd.

Password: (e secondo voi ve la dico?).

 

Last Keybo4rd online.

Eccellente.

 

Adoro questo MMORPG (Massive Multiplayer Online Role-Playing Game).

 

Sono un elfo stregone di 102esimo grado. Quando esce la prossima estensione del gioco potrò salire di livello.

 

È da un po’ di tempo che ho lasciato delle quest in sospeso.

Sono missioni fuffa che faccio soltanto per tenermi in allenamento.

Vediamo cosa dice il Senz’anima:

 

“Raccogli 10 cuori di drago di palude e riceverai un potenziamento arma”.

 

Si può fare.

 

Accetta, conferma e via alla caccia.

E intanto mi mangio un pezzo di formaggio.

 

Toh, guarda. Eccone cinque sulla collina.

Oggi sono fortunato, di solito ci si mette qualche minuto prima di beccarli tutti. Scaglio due Maledizioni su ognuno e sono a posto.

Bravi punti esperienza, salite pure.

 

Ho trovato anche gli ultimi, adesso li prendo.

Un momento, che fanno quei due? Vogliono papparsi i lucertoloni prima di me?

Non sia mai.

 

Timlegionary  e Shining Wolf.

 

Oh mio dio, non dirmi che quelli sono Tim e Roth…

 

Sono loro. Dannati fotti-drago.

 

Adesso apro la chat e li riempio di insulti scritti:

 

[/party (alias ‘/p’)]

“Siete dei noob, tornate quando sarete almeno al livello 40”.

 

Devo fermarli prima che mi danneggino.

Fanno sempre di tutto per ostacolarmi.

 

“Pensa per te, rosik”, mi scrive Roth. (Il suo nick è Shining Wolf, ridicolo).

 

Sarai tu a rosicare, cerebroleso. Come si permette di scrivermi “Rosik”, “Rosica”?

 

Un bel incantesimo a testa, ecco quel che ci vuole.

Ciao, ciao. Vi ho succhiato l’intera barra della vita e ora dovete ricominciare.

 

“Last Keybo4rd sei un figlio di ***”.

 

Non me ne pento. La cyber vita è fatta così, una lotta per la sopravvivenza.

 

Uccido i miei draghi, torno dal Senz’anima e mi becco il potenziamento.

Wow, una nuova luce laser per il mio bastone da stregone.

 

Vi chiedete perché li odio così tanto, eh?

Adesso vi racconto e giudicherete voi.

 

Quando avevo 12 anni facevamo parte dello stesso clan all’interno dello sparatutto più galattico e cazzuto che esistesse: H*** 3.

 

Per un anno abbiamo seminato il terrore nella rete.

Eravamo la squadra migliore e io ero il capitano.

 

Poi Tim e Roth hanno preso a farsi i cazzi loro.

Se dovevamo riunirci per gli allenamenti davano buca.

Perché avevano creato un gruppo alternativo di cui erano i capi, ecco perché.

 

Quando li ho scoperti si sono difesi dicendo: “Anche noi vogliamo la nostra gloria, ci siamo stancati di stare nella tua ombra”.

Pensa un po’…

 

A 16 anni eravamo in classe insieme e hanno rubato l’idea dell’aeroplano comandato dallo smartphone che volevo presentare al concorso scientifico.

 

Mi sono ritirato. Ve la immaginate la figura che facevo a presentare lo stesso progetto subito dopo di loro?

Lasciamo perdere.

 

Non contenti si sono iscritti alla mia stessa università. Ogni giorno me li sento alitare sul collo, pronti a spiare il mio lavoro sulle app.

Che si facciano una vita, ‘sti sfigati.

 

– LAST KEYBOAAARD.

 

Cazzo, ho lasciato accesi gli altoparlanti.

Chi è che mi chiama? Non ho riconosciuto la voce…

 

Charlie si risveglia dal suo torpore da studio e mi guarda con una risatina repressa che sta per esplodere:

– Last Keyboard?

 

Che imbarazzo.

 

In generale non voglio mostrare troppo il mio lato nerd, so che spaventerebbe a morte la gente.

 

Anche se si tratta di Charlie, è meglio trovare un depistaggio:

– Mmm, sì. – Dico con tono distaccato. – È un fanatico nel mio party che pensa che questo nickname sia il più epico di tutti i tempi.

 

(Questo nickname è il più epico di tutti i tempi!)

 

– Capisco. – Ha un sorriso che lascia dubbi sul fatto che potrebbe avermi scoperto.

Speriamo di no.

 

La prossima missione è:

 

“Avere un rapporto sessuale con un esemplare della tua specie”.

 

 

 

A questo punto, devo trovare un’elfa consenziente.

Dovrebbero mettere un’opzione omosessuale, secondo me. Sarebbe più completo e le sfide le completeresti molto prima.

 

Ci sto mettendo più del previsto, trovo solo orchi, umani e gnomi.

 

Sto pensando a Charlie. Non posso negare che mi piaccia sin dalle medie.

 

Charlie è un terremoto, è intelligente, tenace. Come me adora l’informatica…

 

Però i videogiochi non li calcola nemmeno.

E ci può stare, considerata l’arretratezza del posto in cui vive.

Non avrebbe tempo e modo.

 

 

 

Alle superiori avevamo un progetto ambizioso: creare armi da spia ad alta tecnologia.

L’idea era venuta a Charlie, dopo aver costruito un lanciafiamme con un phon.

 

Mi disse:

– Dobbiamo inventarci un equipaggiamento che non dia nell’occhio. Tipo una penna che diventa un esplosivo, una cintura con razzi telecomandati, mutande anti-caduta, tute da ginnastica anti-proiettile… Ciarpame da B-Movie ma con una marcia in più.

 

Quel progetto mi aveva colpito. Era una sfida che potevamo affrontare.

 

Ne abbiamo costruita un bel po’ di quella roba.

Abbiamo riempito cento scatoloni.

 

Finché un giorno si intromise mio padre.

 

Io e Charlie ci eravamo avvicinati parecchio.

Ci incontravamo tutti i pomeriggi per lavorare nel mio garage.

Pensavo fosse un luogo sicuro, perché papà non scende mai lì sotto. Al massimo veniva la mamma, con un bicchiere di latte e un vassoio dei suoi biscotti alla menta.

 

Quel giorno eravamo impegnati con il “Cappello boomerang a lama di katana”.

Sembrava un semplice copricapo da cowboy, era perfetto.

 

Mentre Charlie rifiniva gli orli, la sua pelle nera si bagnava di sudore e io sentivo il bisogno di appoggiare le mie dannate labbra sulle sue. Non volevo più aspettare.

 

– Charlie, – ho detto con voce quanto più virile riuscissi a produrre.

 

– Che c’è? – Chiese asciugandosi la fronte e posando la cucitrice sul piano di lavoro.

 

L’abbracciai (fece una faccia sorpresa).

 

– In tutto questo tempo, abbiamo creato qualcosa di importante. Armi, sì. Ma ne esiste una molto più potente…

– Di che parli?

– …che non si ferma davanti a nulla…

– Cioè?

– …e in ogni caso, in ogni momento è la più bella che si possa…

 

Stavamo per baciarci, lo giuro. Solo che mio padre ha aperto la porta e ha scoperto tutto.

 

Il nostro arsenale lo fece andare su tutte le furie.

 

Mi sono separato immediatamente da Charlie (ho intravisto mio padre che posava lo sguardo dapprima sulla sua pelle scura e poi su di me e ho capito che era meglio non mettere sotto la sua visuale un altro elemento che disapprovasse. Io e Charlie: non lo avrebbe mai permesso).

 

Ho tentato di spiegare i fini di “ricerca scientifica” dei nostri esperimenti.

Lui però non l’ha bevuta e mi ha gridato di liberarmi di tutto entro il giorno dopo.

 

– Ci penso io, non ti preoccupare. – Mi ha detto Charlie.

 

Così le armi se ne andarono via sigillate negli scatoloni e con loro il mio coraggio di dichiararmi.

 

Non ha mai saputo quello che provavo.

Però non mi arrendo… anche se non so se mi ricambia. Vivere con questo dilemma è massacrante, non lo auguro a nessuno.

 

Finalmente ho trovato un’elfa che ci sta.

 

Tiro su dal piatto qualcosa di appiccicoso: è gorgonzola.

Lo divoro e ne prendo un altro, perché non è mai abbastanza.

 

Mio padre si chiama Mitch, un nome da duro.

A me ha dato “Vic”, perché sperava che anch’io lo diventassi.

 

Io però ho deluso le sue aspettative: invece di seguire le sue orme di “programmatore informatico serio” sono diventato un freelance. Mi sento più un hacker.

 

Adoro i video games (che considera come un anticristo) e non desidero entrare nella società del motore di ricerca più importante di internet, in cui lui è un pezzo da novanta.

 

È un uomo severo, non esprime cosa prova nemmeno con mia sorella Janet che ha 10 anni.

 

Gli abitanti di questa casa sono il suo mini-esercito familiare. Lui è il generale, mia madre il tenente, io e mia sorella i suoi soldatini-burattini.

 

Pensa di organizzarci la vita come fossimo tasselli di un puzzle sottoposti al suo bisogno di ordine.

 

Ma io non ci penso proprio. Ho un piano preciso per il mio futuro e per mandare a rotoli tutti quelli di mio padre…

 

– Ho finito, Vic.

 

La voce di Charlie mi fa andare il Camembert di traverso. Sto tossendo senza sosta.

 

– Guarda per aria.

 

Smetto all’istante.

 

– Come hai fatto? Che legge fisica c’è sotto?

– Non so, – mi risponde. – Mia nonna mi diceva sempre di fare così.

 

Guarda altrove, fuori dalla finestra. A cosa sta pensando?

 

– Hai qualche domanda su ciò che hai studiato?

– No, no. Ho capito tutto.

– Eccellente, allora…

– Senti, io devo andare.

– Sì, bene. Ci vediamo lunedì?

– Come sempre. Alla prossima settimana.

 

Si alza, agita la mano e mi saluta con un sorriso.

Poi esce dalla finestra. Perché, dal giorno che siamo stati scoperti con le armi, mio padre non permette più che entri dalla porta.

 

Vedo che corre via dal mio giardino e si butta in groppa alla sua cavalla parcheggiata nel vialetto (ha riempito di bisogni di vario genere le aiuole di mia madre).

 

– Alla prossima settimana, Charlie.

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