OLD SNAKE


di Veronica Zaga

Capitolo 3

ggggggg

Cinque in punto.

Gustave non sbaglia mai.
Credo che Stevenson alla sera lo carichi come una sveglia. Dopo averlo accarezzato su quella cresta mozza che si ritrova, lo mette nel pollaio e gli dice:
– Domani mattina sempre puntuale, eh.

E io grazie al gallo non faccio mai tardi.
Non potrei permettermelo, dato che sono il proprietario della locanda.

Adesso mi alzo dal letto, lo giuro, mi tiro su nonostante il mio sedere pesante.

 

Ho sessant’anni suonati.
Non mi guardo allo specchio perché ormai non lo reputo necessario.
Altrimenti vedrei un vecchio più largo che alto, con un’aureola di capelli ingrigiti sul capo e la pelle secca e rugosa.

 

Su di me il tempo si è divertito ad incidere cicatrici e deformità.
Dopotutto, sono un lottatore.

 

Un po’ come il gallo del mio vicino.
Ha gareggiato da clandestino per anni, ha sconfitto centinaia di polli e se ne è andato in pensione con qualche ferita e pezzo di carne in meno.
Il più evidente è il suo ciuffo rosso. Un cedrone gliene ha portato via metà, durante il suo primo incontro. Da quel giorno Gustave è stato implacabile e non ha mai risparmiato un avversario.

Anch’io ho un segno evidente del mio turbolento passato: un grosso naso storto, residuo di varie rotture per risse.

Scendo in salone a preparare la colazione per gli ospiti della locanda.
Immagino che, dopo la nottata passata in amoreggiamenti, una fame da sciacalli stia sbrindellando il loro stomaco.

 

Sono le sei e mezza del mattino.
Oggi è sabato 10 luglio. Il giorno che preferisco in tutto l’anno.
Infatti cerco di sbrigarmi il prima possibile con le faccende del saloon, perché poi c’è da allestire la mostra.

 

Non vedo l’ora.
Mi emoziono come un bambinetto glabro circondato da sonagli quando riporto alla luce i miei gioielli.

 

Il Weapon Day è la scusa migliore per tirare fuori le mie meravigliose armi da fuoco.
Sono esemplari magnifici e unici. Se dovessi venderli sarei a posto per la vita e non dovrei sgobbare qua dentro.
Però niente da fare, quelle pistole e quei fucili sono troppo importanti. Appartenevano a mio nonno e per anni sono stati fedeli compagni per me e mio fratello.

 

In questa occasione speciale è d’obbligo che Charlie faccia gli straordinari.
Alle otto sarà qui ad aiutarmi.
Una buona sfacchinata non può fargli che bene. Tempra lo spirito.
(Non che il suo non lo sia già, ma d’altronde…)

 

Che belle, se ne stanno lucide nella teca.
Ho dovuto ripulirle da cima a fondo.

 

Come se non mi accorgessi che Charlie le usa per i suoi giochetti di mira al bersaglio…
Crede di nascondere le prove. Pensa che io sia un decrepito rimbambito.
I giovani non hanno ritegno e non capiscono un finocchio lesso della vita.
Forti e smidollati, con ormoni pensanti dispersi per tutto il corpo.
Possibile che sia stato anch’io così, una volta?

 

È in ritardo. Otto e venti.

 

– Alla buon’ora.

 

Scende le scale e mi raggiunge con svogliatezza.

 

– Che vuoi Gus, non ci ho fatto l’abitudine.

 

– E non dovrai fartela, per tua fortuna. Su, fra poco arriveranno gli stranieri. Tu ti metterai all’ingresso e farai pagare il biglietto. Virgil è già lì al bancone e io mi occupo delle visite guidate.

 

Mi sorride sbuffando.

 

Ha una tale faccia da schiaffi.

 

Se non mi fossi affezionato sarebbe già a pascolare le vacche da un pezzo.

 

Ma io sono quello che custodisce il suo segreto.
E ve lo dirò, anche se ora non è il momento.

 

Le ho divise per categoria:

 

Artiglieria, con cannoni e razzi.
Armi ad azione diretta, con bombe e ordigni.
Armi lunghe (carabine, moschetti, fucili).
Armi corte (pistole, revolver, pistole mitragliatrici).

 

E le pistole in altri sottogruppi:

 

Colpo singolo.
Ripetizione manuale.
Ripetizione automatica.
Ecc…

 

Non vi annoierò oltre.
Dovreste venire da me a vederle, solo così capireste la loro pura bellezza.

 

Adesso c’è un problema:
(a parte il fatto che sono le dodici e mezza e sto morendo di fame e la coda di visitatori è ancora lunga da smaltire, quindi ci conviene andare avanti)… tra la folla è spuntato di nuovo quel tipo.
Quello che l’altro giorno faceva domande strane a Charlie.

 

Quel vecchio si è messo a dire qualcosa. Il suo viso grinzoso si increspa di un ghigno poco convincente.
Io non posso andare a separarli, perché sto facendo l’ennesimo giro per il mio mini-museo con l’ennesimo gruppo di clienti paganti.

 

Però li tengo d’occhio. Se fiuto del pericolo mi schiodo subito e vado lì.

 

– Conosci il proprietario di tutte queste armi? – Chiede il vecchio facendo finta di niente. Ha in mano un fazzoletto di seta con cui sfrega il quadrante del suo orologio da taschino dorato. Il suo fare è composto, ma nello strofinio avverto degli scatti troppo nervosi per non destare sospetti.

 

– Ovvio, – risponde Charlie sbadigliando. – È il mio datore di lavoro.

 

Per fortuna non gli ha spiattellato il mio nome. Ringrazio la sua pigrizia.

 

– Ti paga bene? – Si rifà sotto quella canaglia.

 

– Mi guadagno da vivere.

 

– E a te piace stare qui?

 

Charlie stavolta si limita a fissarlo e non risponde.

 

– Non hai parenti?

 

– I miei sono stati uccisi.

 

– Ah, capisco. Dunque non hai altra scelta.

 

– È più o meno così.

 

– E il tuo padrone?

 

– Il mio padrone, cosa?

 

– Intendo, ce l’avrà una famiglia.

 

– È vedovo da poco.

 

– Dei consanguinei… un fratello lo ha?

 

– Sì, è morto anche lui. Ma che importanza può avere?

 

– Come si chiamava?

 

– E che ne so…

 

Il resto non lo sento, perché fuori sono cominciati gli spari di razzi e fucili.
È segno che la festa è entrata nel vivo.
Urla, risate e canti.
Buon Weapon Day a tutti.

 

Il viso di Charlie comincia a spazientirsi. Probabilmente non comprende l’insistenza di tutte quelle domande dello sconosciuto.
Però io credo di aver capito. E non mi piace per nulla.
Inoltre, non voglio che quel tipo scopra il suo segreto.

 

Sta tornando fuori una storia che credevo sotterrata.
Adesso potrebbe addirittura farsi più pericolosa della scorsa volta.

 

Un inglese mi sta dicendo che anche lui possiede una Colt Navy simile alla mia, ma che arriva solo a quella, se desiderasse il resto della mia collezione dovrebbe essere milionario.

Gli dico che se gli vendessi il mio arsenale potrei diventarlo io e lui ride con quel suo fare britannico.
Si avverte un’eco lontana del suo inconfondibile accento pure nella sua risata.
Risuona nelle mie orecchie. E in quel rimbombo si dilatano le parole del vecchio:
Hai mai sentito parlare della Chiave della Fortuna?
(Fortuna, uuna, uuna, uuna.)

 

Basta così, è tempo di intervenire.
Devo salvare Charlie da una minaccia simile ad un toro furente stagliato alle sue spalle, imponente come un edificio.

 

Meno male che la fila di turisti è terminata. Giusto in tempo.

 

– Ragazzo, prenditi una pausa.

 

Li ho interrotti.

 

Il vecchio saluta, con sorriso affabile e sguardo inquietante:
– Tolgo il disturbo, grazie delle informazioni.

 

– Non le farebbe piacere un giro tra le bacheche? – Aggiungo con i fori oculari ridotti a fessure.

 

– Un’altra volta. La ringrazio. – Taglia corto. La sua pelle abbronzata mette in risalto i suoi occhi grigio ghiaccio, come due luci bianche fosforescenti.

 

Se ne va.

 

Due e mezza del pomeriggio.

– Gus.

 

Mi alzo dal pavimento. Lo stavo scrostando con uno straccio da una macchia di vomito.

 

È un momento morto.
Un cliente ubriaco sorseggia bicchieri di brandy con la testa china sul bancone.
Virgil lo squadra con disappunto mentre asciuga i bicchieri appena lavati con un panno.

 

Per il resto, il locale è vuoto e in ombra.

 

– Che c’è, Charlie?
– Tu conosci quel tipo.
– Chi, quello là? – Indico l’ubriacone seduto al banco. – Ma certo, lo conosci anche tu. È Paul Warren, il cliente che ogni giorno finisce almeno una bottiglia di buon Osocalis. Ci costa e ci frutta una fortuna, a ben vedere. Avrà le budella di acciaio visto che…
– No, Gus. Non Paul. Intendo quel tipo che oggi mi ha fatto tutte quelle domande.
– Ah. Lui. No, non lo conosco. Mi è sembrato solo troppo ficcanaso, ecco tutto.

 

Ho dovuto mentire e sopportare la sua occhiata che ha capito che ne so molto di più di ciò che voglio dare a bere.
I miei sospetti si stanno accerchiando attorno il viso di una mia vecchia conoscenza.
Mia e di mio fratello.

 

Mio fratello è morto, a quanto sembra.

 

Era un grande, un pistolero nato. Una leggenda per il nostro popolo.
La sua fama era giunta anche nelle città moderne, ma loro lo vedevano più come un fenomeno di massa da osservare (come un pagliaccio o magari una donna barbuta, vista la quantità di pelo sul suo grugno), più che una persona da rispettare.

 

La legge di Goldhill lo ricercava, non si contavano le taglie sulla sua testa.
I poveracci invece lo amavano, perché lui li aiutava.
Una specie di Robin Hood che ruba a quelli che hanno così tanti soldi che non sanno che farsene per darli a quelli a cui rimangono solo le monetine, briciole sonanti.

 

Era un romanticone senza speranza.
Aveva la passione per i drink e per il tabacco (chi non ama il tabacco, da queste parti).
Avrebbe masticato quella poltiglia anche mentre mangiava se non fosse stato troppo disgustoso. (Mah, ora che ci penso, forse qualche volta l’ha pure fatto.)

 

Io ero il suo braccio destro.
Ovvero, no: non ero sotto la sua autorità, aveva degli scagnozzi per questo.
Però ero un vice, diciamo.

 

Non avevamo lo stesso padre perché nostra madre aveva tradito il suo con il mio.
E di questo non ci importava nulla.
Mi sentivo a tutti gli effetti il fratello di Augus (anche se era conosciuto con il suo nome di battaglia e non con quello di battesimo.)

 

Ritornando al presente…

 

Non posso dire nulla a Charlie.
Ne va della sua sicurezza.
Quella che sta tornando a galla è una belva feroce che spero anneghi prima di ritornare in superficie.
Se così non fosse saremo presto nella merda.

 

Ormai sono le otto passate e ci prepariamo alla serata di abbeveraggi e noleggio di camere.

 

Alle sei abbiamo fatto una sosta per rimettere a posto le armi.
Charlie non mi ha quasi parlato, aveva la testa altrove.
Chissà a che stava pensando. Sicuramente, ve lo dirà presto.

 

Sono rimasto solo, alle due di notte.
Gli altri due li ho spediti a dormire, perché oggi li ho spremuti abbastanza.

 

Anch’io me ne vado a letto.

 

Ripercorro gli avvenimenti della giornata e sono soddisfatto e inquietato allo stesso tempo.
La giornata è stata un successo, la mostra è stata apprezzata, i profitti sono saliti alle stelle.
Eppure quel vecchiaccio ha fatto sì che io non mi godessi la cosa a pieno.
Mi ha messo i brividi.
Dalla rabbia lo avrei bucherellato con una delle mie mitragliatrici.

Tanto tornerà a farsi vivo.
C’è da tenere i nervi saldi ed essere pronti ad ogni evenienza.
Anche a combattere, anche a morire.

 

Però Charlie no. Non ha colpe dei tempi che furono, non permetterò che ne paghi le conseguenze.

 

Forse adesso dovrei dirvi il suo segreto, ma sono le due e un quarto e io sono nel letto, il mio sonno è così pesante che chiudo gli occhi e mi metto a dormire all’istante, aspettando che il gallo canti di nuovo.

 

Il mio ultimo pensiero prima di addormentarmi è la mia amata Amanda.

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