(10) PUNTI DI VISTA PER UNA SCRITTURA CREATIVA


La nostra scrittrice Veronica Zaga


“Non demonizzarla. L’esteriorità indossa abiti positivi se diventa la testimone visiva dell’interiorità.”

Lo scrittore non ha una vita facile.
Non siate troppo duri con lui/lei. Ci mette tutta la sua buona volontà.
La maggior parte delle volte è un (più o meno) genio incompreso che si spreme almeno mezz’ora per allineare una sola preposizione che indichi un’azione semplice ma con giri di vocaboli il più possibile innovativi.
È un essere seduto davanti a carta, penna e/o computer, con cui trascorre intere giornate.
E oltre alla tendinite, all’artrosi e all’ingobbimento precoce dovuti alla posizione, soffre di ossessioni, spesso di schizofrenia, procurati dal sovraccarico mentale rappresentato dal pensare e dallo strutturare il pensiero.
A parte gli scherzi, la scrittura non è solo questione di “concetto”, di intuizione di qualcosa di meraviglioso, di artistico, di filosofico. Si tratta anche di dare una forma a ciò che si scrive, una “facciata” che rifletta la bellezza dell’idea, con piacevolezza negli aspetti superficiali (come l’uso di specifiche parole e la loro combinazione in accostamenti godibili) e attitudinali, (una frase prende nel segno anche per il tono con cui viene pronunciata e il carattere con cui si imprime nelle menti di chi la riceve.)
Come quando si conosce una persona e ci colpisce “la prima impressione” del suo personale rapportarsi al mondo.
Chiarito che, per creare una storia, abbiamo bisogno di un’illuminazione (quasi “divina”, ma senza nessun significato religioso, piuttosto di “arte come esperienza ultraterrena”) e di una buona dose di pazienza e di spirito artistico-creativo per disporla davanti agli occhi degli altri… Passiamo ad analizzare, un punto alla volta, i passaggi della stesura di testi narrativi (nel caso anche voi aveste il coraggio di avventurarvi in un’esperienza tanto ardua…)

1. Perché lo faccio/cosa voglio raccontare

Scrivere rappresenta un piacere per l’autore, che trasporta e trasforma ciò che vede nella realtà attorno a lui, regalandogli nuova vita. È un atto generativo, creativo e, in una certa percentuale, liberatorio.
Però le domande da porsi prima di intraprendere il lavoro di stesura sono due: “perché voglio scrivere?” e “cosa voglio comunicare con questa storia?”
Un occhio deve andare al proprio bagaglio di vissuti, modalità espressive e culturali, ai propri perché. L’altro deve dedicarsi con cura al lettore.
Il lettore è il destinatario dell’opera e per questo dobbiamo “volergli bene”, fare in modo che capisca ciò che riversiamo sulla carta e che possa trarre una propria visione di insieme. Chi legge non potrà mai addentrarsi fino in fondo nella mente del narratore, (ci mancherebbe,) però l’autore, che ne sa di più di tutti su ciò che racconta, deve lasciar trapelare ogni particolare senza omettere nulla. Dovrà, sì, ammaliare e confondere, ma in fine riconciliare e portare alla comprensione.
Se i “perché” e i “cosa” sono del tutto personali, ciò non toglie la componente “voglia di scrivere per il piacere di raccontare una storia a qualcuno”, omettendo di caricarla con una propria morale. Perché il lettore ne ha comunque una propria e non condividerà mai al 100% la nostra, né la capirà. Meglio “lasciar parlare i fatti” o al massimo gli ideali dei personaggi.
Noi scrittori, a volte, tendiamo a sparpagliare le nostre riflessioni personali in testi scomposti, come fossero diari dove sfogarsi. Dobbiamo invece dare forma diversa alle nostre fonti di ispirazione, creare un mondo che è nostro ma che una volta delineato e portato al pubblico diventa una “cosa altra da noi”, acquistando la propria indipendenza.
Come un figlio, diciamo.

2. L’idea

E qui viene il bello.
Di che cosa scrivo?
L’idea è una scelta ardua perché deve essere “quella buona”. Può modificarsi in minimi particolari nel corso dell’opera, ma lo scheletro principale deve mantenersi.
Dunque è importante non accontentarsi della prima idea che ci lampeggia nel cervello, anche se può sembrarci la manna. Molte volte le nostre sensazioni sono ingigantite dall’entusiasmo del momento e si sgonfiano non appena le rivediamo in un secondo momento.
Meglio accumulare opzioni diverse sulla carta e poi scegliere quella che funziona di più, a mente lucida.

3. Il genere e l’ambientazione

Genere e ambientazione sono legati ma non sono da confondersi (se fossero la stessa cosa non ci sarebbero due diverse parole a designarli!)
Il genere è un’entità che al giorno d’oggi risulta contaminata e dai bordi piuttosto labili.
Tuttavia, una volta scelto, deve mantenersi fino alla conclusione del libro. Può essere la variante di una classe generale o un sottogenere, ma deve essere coerente.
L’ambientazione è caratterizzata dal genere che si è scelto (si pensi al Fantasy dominato dalle ricorrenze degli ambienti magici e idilliaci, che sfociano nell’orrifico e nell’inquietante nel Dark Fantasy.)
È buona cosa definirlo a priori prima della stesura e dargli forma tramite le descrizioni e anche attraverso i personaggi, (pratica che risulta anche più scorrevole.)

4. La scaletta e i tempi

Molti scrittori rabbrividiscono di fronte alla parola “scaletta”.
Però io credo sia un ottimo compagno per organizzare il proprio lavoro, specie se all’inizio non si hanno le idee chiare. Ogni piolo corrisponde a un capitolo verniciato di propri colori distintivi.
Inoltre aiuta a strutturare i tempi e a non “perdersi”. È facile scoraggiarsi o protrarre il lavoro fino alle calende. Buttare giù dei punti di partenza è un orientamento eccellente, su cui si può variare, tagliare o aggiungere.
Io, personalmente, traccio un percorso mentale che riporto su carta solo per non perdermi “pezzi preziosi”.
Che sia virtuale o concreta, ad ogni modo, ritengo che la scaletta sia uno strumento efficace per destreggiarsi nei meandri della propria narrazione.

5. Lo stile e la storia

Chiarezza non è sinonimo di semplicioneria o di noncuranza.
È anche “cura”, “perfezionamento”, “limatura”.
È la volontà di rendere accessibile i nostri pensieri, anche quelli più complessi o filosofici.
Non è una questione di snocciolare frasi brevi, nominali, con vocaboli semplici e commerciali. Ma nemmeno di sproloquiare senza dare un senso.
Il senso e la cura delle parole sono la base della godibilità formale di qualsiasi racconto.
“Curare” significa creare con le parole un capolavoro poetico (o almeno un aspirante tale; anche nel loro piccolo, le espressioni con cui delineiamo il testo devono avere “anima”.)
Inoltre, un racconto deve essere coerente con se stesso, non deve avere lacune o cambi improvvisi, ma creare un microcosmo tale da essere verosimile, anche qualora si aggirasse nel genere fantastico.
Tolkien non ha fatto appunto questo? Ha profuso credibilità ad elfi, hobbit e stregoni, dipingendo attorno a loro un ambiente studiato nei minimi dettagli, in modo da sembrare vero.
Coerenza e rimandi narrativi donano verosimiglianza al racconto. E idearli è un lavoro faticoso, che va riguardato con attenzione “maniacale” durante la fase di revisione.
In ogni caso, ogni scrittore ha il proprio stile ed è un piacere poter esplorare le diversità di ognuno durante la lettura.

6. I personaggi

I personaggi sono la parte che preferisco.
Può uscire di tutto, è un luogo dove si possono incastrare caratteri di sé che diventano altro, per creare nuovi “sensi”.
Perché i protagonisti di un racconto riflettono l’autore ma non sono l’autore.
Come spiegato in precedenza per il caso dell’intreccio narrativo, le persone che compongono le storie nascono per quelle stesse storie e non nella biografia di chi scrive, (ciò non toglie che il narratore sia partito dalla propria esperienza per dare vita a qualcosa di diverso.)
Sono il motore della vicenda, se conosciamo e disponiamo alla perfezione i nostri personaggi, il loro passato, la loro “mission”, le loro aspirazioni e desideri e modo di agire, abbiamo concepito individui che quasi sbucano fuori dalle pagine e diventano di carne.
Dobbiamo pensarli bene, immedesimarci, come se noi fossimo loro. E non il contrario. In questo modo, potremo viaggiare e far viaggiare lontano, anche senza alzarci dalla sedia o dalla poltrona.

7. La svolta

È inevitabile, cruciale, smuove la vicenda e “cambia le carte in tavola”.
Senza un ribaltamento la storia non esisterebbe, sarebbe piatta.
Di solito la svolta è un punto necessario per far evolvere gli stati narrativi e attuare trasformazioni nei personaggi e nelle loro situazioni.

8. Il finale

Quante volte ho letto libri meravigliosi con un finale aperto? (L’incolore Tazaki Tsukuru e i suoi anni di pellegrinaggio di Murakami, ad esempio. È uno scrittore che adora questo tipo di epilogo, riscontrabile anche in After Dark.)
Li ho amati lo stesso, eppure dentro di me sentivo mancare qualcosa.
Il lettore ha bisogno di quel “qualcosa”, lo rassicura e gli permette di dire addio senza sentire rammarico a personaggi, luoghi e vicende a cui si è affezionato.
La scelta del “non finale” è ardita, a volte dettata da scelte artistiche, ma sicuramente la fine “tradizionale” è un desiderio inevitabile di chi ci legge.
Siatene consapevoli, a dispetto di qualsiasi scelta attuerete per i vostri scritti!

9. L’organizzazione grafica

Oltre alla copertina, (che ci hanno indottrinato a non prendere in considerazione nella valutazione di un libro,) gli aspetti grafici sono importanti anche all’interno del testo.
Il colpo d’occhio è essenziale sia per rendere di buon umore il lettore, sia per caricare di significato ciò che scriviamo.
Quando vogliamo che un personaggio urli qualcosa, ad esempio, è molto valido utilizzare il maiuscolo, più che il punto esclamativo.
Inoltre, gli spazi tra le frasi possono rendere meno difficoltosa la scalata tra le parole da parte del pubblico.
Ovviamente, dipende tutto dal genere e dallo stile che vorrete adoperare. Se il vostro è prevalentemente colloquiale potete anche non seguire quest’ultimo suggerimento, per adottare un corpo di scrittura più uniforme.

10. La revisione

Quando finite di scrivere vorreste che tutto fosse a posto, corretto e magnifico, perché voi vi sentite così, soddisfatti ed appagati.
E invece no. È certo che sarà puntellato da refusi e piccoli errori.
In più, quando rileggerete, vorrete sicuramente cambiare qualche frase, qualche parte della storia che vi risulta poco chiara o che semplicemente non vi piace più.
Ebbene sì, il momento di maggiore crisi è la revisione e non vi basterà rileggere una volta o due, saranno tante.
Però vi do un consiglio: non cercate di impazzire impilando 100 o più riletture. Fatevi aiutare da un amico o da un esperto, sapranno darvi giudizi sulla storia e cogliere errori che non riuscite più a vedere perché ormai sapete a memoria ogni passo.

Quelli elencati sono solo consigli, perché ogni scrittore è una persona diversa con la propria organizzazione, i propri obiettivi letterari e il proprio modo di esprimersi.
Molti autori scrivono di getto, senza sistematicità, e viene loro benissimo; altri architettano ogni particolare con precisione, come orologiai. Non c’è una strada giusta contrapposta ad una sbagliata.
In ogni caso, se non avete nemmeno un’idea su come incominciare il vostro romanzo/racconto, provate questi suggerimenti e fatemi sapere a che opere fantastiche daranno vita!

Per approfondimenti con lezioni teoriche, esercitazioni e stesura di una raccolta di racconti da pubblicare sul nostro blog, vi aspetto al corso di scrittura creativa in programma tra le attività di Libera-mente per la prossima primavera (2016).

A presto e buona scrittura!

“Tutte le storie sono degne di essere raccontate, i lettori in ogni parte del mondo non aspettano altro
che ascoltarle.”

V

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