OLD SNAKE


Capitolo 5

– Guarda nel tuo salooon, c’è un pistolero cheee… non ti risparmierà e il tuo bottino si prenderààà. Ma se Goldhill è la tua cittààà, non ti devi preoccupar, lo sceriffo Stu ti salverààà…

(Wow. Sta mattina sono ancora più intonato del solito.
Dolcificare il caffè con il miele deve far bene alle corde vocali, a quanto sembra.)

E tu specchio non mi guardaaar. Lo so, mi trovi charmant, però non farmi dello stalking altrimenti ti dovrò denunciaaar.

Adoro cantare dopo la doccia delle sei.
È rilassante.
Di solito accompagno la serenata con una sana depilazione della mascella.
Ma da qualche giorno ho smesso. Ho sentito dire che la barba è il capo di abbigliamento più prezioso, per un uomo. Se è bionda, poi, i livelli di sexy-appeal impazziscono.

Sigillo in una camicia di seta bianca il mio torace rosolato dal sole.
(Un bottone. Due bottoni. Tre. Quattro…)

La giacca, invece, non la metto. Nossignore.
Fa troppo caldo e mi rovina il look.
È di papà, portava almeno due taglie in più.
Se la esibissi sulla mia figura assomiglierei ad un goffo pinguino reale.

Le statuette d’oro ricambiano il mio sguardo dalla vetrina della credenza.
Rappresentano il mio riflesso, incastrato al di là della lamina di vetro di uno specchio.

Avrei dovuto sfondare a Broadway.
Marcare le mie impronte sulla Walk of Fame di Hollywood.
Accogliere fra le mani Oscar e Golden Globes.

Poi, però, mio padre ci ha lasciati.

– Stu, devi seguire i tuoi sogni. – Diceva, senza la traccia di un sorriso, ogni domenica alle 10 in punto.

Si sedeva sul dondolo, nella veranda placcata in legno di zia Jane.
Poi estraeva dal nulla il coltello da caccia e la pietra affilatrice, come un illusionista.
E senza battere ciglio o sollevare sopracciglia, strisciava la lama quasi stesse spalmando burro.

Mi sosteneva sempre.
Il vero problema era che non avevo ancora scoperto ciò che desideravo.
A lui davo ad intendere il contrario, ma il mio silenzio lo lasciava sperduto nei dubbi.

Adoravo cantare e ballare, eppure questo non arrivava ad aggiudicarsi la nomina di “sogno considerabile in vista di una carriera futura”.
Come se la vita fosse soltanto una questione di scelta di un’occupazione lavorativa.

Fu durante il viaggio a Los Angeles che l’Idea mi fulminò.
La scritta “Cinema” fuori da un negozio mi incuriosì.
Quando entrai capii che lì non si vendevano merci ma si acquistavano storie stampate su pellicola e proiettate sul muro.
Ciò a cui assistetti mi affascinò. Davano il musical “Singin’ in the rain”, quello dell’ex-attore di film muti che si ritrova ad dover recitare in un sonoro-musicale e si innamora di una cantante sul set.

Quegli attori e quelle attrici intrappolati nello schermo apparivano eterni. Così belli, così leggeri. Piroettavano come fosse stata una cosa normale, si esibivano in canzoni e balletti coreografici per comunicare tra loro, con la nonchalance delle azioni quotidiane. Le loro sorridenti facce da schiaffi erano state colpite da un pugno di poesia e fama che li rendeva grandi e indimenticabili agli occhi del mondo.

Per il resto della vacanza entrai ed uscii dalle sale cinematografiche, con la stessa ripetitività delle gocce di pioggia sul terreno durante un acquazzone, ovvero a raffica.

Ecco il mio sogno.
Gorgheggiare e danzare davanti a un riflettore orientato su di me. O sul palco illuminato di un teatro famoso.
Perché “famoso” era ciò che sarei diventato.

E invece sono uno sceriffo.
Sostituisco mio padre da quando è morto.

So che lui non lo vorrebbe, ma mi sono sentito in dovere.
La città sarebbe stata intralciata da caotici fenomeni di rapina, assalto, depredaggio e quante altre conseguenze apocalittiche.
Così, ho abbandonato gli egoismi e mi sono dedicato al “volontariato”.

Non che non mi paghino. Anzi, sono ricco.
Ciò non elimina il senso di mancanza che svuota la mia anima (artistica).

La mia fama se l’è presa un vecchio, Old Snake, lo chiamano.
Un fuorilegge, un villico.
È conosciuto anche nelle città civilizzate per le sue “prodezze”.
Ma è solo un delinquente.
E io che garantisco la giustizia è già tanto se ricevo per la strada il saluto degli abitanti della mia città…

– Ciao, Jodie. – Saluto mia moglie che è appena arrivata.

Non abita a casa con me. È una donna troppo indipendente per condividere la sua intimità con un marito. Ha stabilito la libertà sessuale per entrambi, alle spalle della “dottrina ipocrita del matrimonio”.

È tanto bella.
Disegnata da lineamenti fini, resi sublimi dalla solennità del suo comportamento autoritario.
Nelle iridi le si aggrovigliano sfumature che ritraggono la via lattea.
Il biondo cinerino defluisce sulle sue spalle in onde profumate di lillà.
Il suo fisico mi impressiona. Si innalza di 10 cm sopra la mia testa e le sue ossa, ricoperte da forme snelle, sono molto più spesse delle mie.
Assomiglio a uno scricciolo, al suo fianco (e dire che sono messo bene, fisicamente.)
Sembra quasi che sia lei la parte maschile della coppia e io “quella da proteggere”.

– Buongiorno, Stuart, – risponde con un sorriso trattenuto, probabilmente ironico.

Lascia ondeggiare l’ampio vestito ottocentesco che la infagotta e inchinare il minuscolo cappello appoggiato sulle ventitré del suo cranio.

Non siamo mai riusciti a capirci e non lo faremo mai.
Nonostante ciò, adoriamo condividere i fine settimana al mare, lontani da Goldhill e dalle apparenze.

– Ti stai chiedendo perché ti ho fatta venire fin qui di giovedì? – Non riesco a trattenere del tutto un risolino e gli concedo di deformare le mie labbra.

– In effetti, lo trovo strano e ridondante. – Sorride, (in un modo che mi impedisce di non amarla.)

– È a proposito di quella anomalia che mi hai fatto notare nel registro dell’anagrafe.

– Mmm, sì, – mugugna indecisa se la cosa le interessi o meno, – hai verificato da vicino?

– Beh, non proprio. Ho usato un cannocchiale.

– Non avrai mica fatto il maiale spione? – Dal minaccioso incrinamento della sua voce, capisco che adesso ciò che le comunico le interessa almeno un po’ di più.

– Ma che dici, Jo… Però avevi ragione.

– Perché, ci sono anche delle volte in cui non la ho? – Gli elementi del suo viso si arrossano di un rash irritato e imbarazzato insieme.

– Touchet, – questa volta mi abbandono al fragore di una risata.

– Quindi andiamo?

– No, vado. Dovresti solo informarmi, gentilmente, sulla sua posizione.

– Cosa sei? Un agente segreto?

– Jo, per favore…

– E perché vuoi andarci da solo? Cioè, mi hai scomodata per venire e poi… Sii sincero, le tue intenzioni quali sono?

– Non sono quelle che intendi tu…

Sbuffa e mi comunica l’indirizzo.

– … perché sono uguali a quando ti ho sposata.

Evado dalla porta, senza appoggiare gli occhi su di lei, che sono certo sia arrossita e imbambolata, con le labbra dischiuse.

Che noia.
Ma dai, il locale è vuoto. Perché Gus non mi concede una pausa?
Da quando è spuntato il “vecchio troppo curioso”, è diventato uno scorpione scorbutico.

E poi dov’è andato?
Io voglio sparare un po’, mi sto innervosendo…

Oh, merda.
Sta entrando qualcuno.
È meglio se la pianto di tracannare Gin.

Chi è?
C’è uno spiraglio di luce che mi oscura la visuale.
Sarà il ficcanaso?

No. È una visione ben più piacevole.

Occhi lacustri che sorridono di un chiarore proprio, riccioli biondi, naso dritto con narici irregolari, una spolverata leggera di barba sui bordi inferiori del viso spigoloso.

È lo sceriffo Stuart Lopez.
Un tipo affascinante ma strano.
Ad ogni compleanno si fa regalare delle statuette dorate che riproducono premi cinematografici e musicali, come Oscar, Golden Globes, Grammy Awards…
Tanto a Goldhill di oro ce n’è, no?

– Buongiorno, – dice.
– Salve, vuole ordina…
– Un bourbon, grazie.

Il flusso della mia parlantina si è fatto impetuoso a causa del cospicuo affluente di alcool di cui ho subito le inondazioni poco fa.
Gli sto enumerando tutti gli ingredienti presenti nella bevanda che gli ho offerto.

– Okay, vacci piano. Test sugli alcolici, superato. – Dice, con la calma, il distacco e l’affabilità di un dandy.

Chiedo scusa e adagio le natiche sullo sgabello dietro al bancone, perché mi rimane poca stabilità in corpo.

– No, vieni a sederti vicino a me. Andiamo ad un tavolo…

(M a che fa, ci sta provando?)

– Sei Charlie? Charlie Hunter?
– Sono io, – ribadisco (e mi insospettisco.)
– Allora saprai perché sono qui.
– In verità, no. – (Mi parte un rutto.) – Scusi…
– Te lo dico io. Mia moglie lavora all’anagrafe e ha scoperto dei particolari interessanti su di te.
– Co… che? – Singhiozzo.
– Abbiamo capito il tuo segreto, Charlie. Ciò che hai fatto è illegale, ne sei consapevole?
– Credo che si stia sbagliando. – Borbotto, con un formicolio di panico in mezzo allo stomaco.
– No. Sappiamo tutto sulla tua identità. Sappiamo che tu…
– VA BENE, ASPETTA. – L’ho fatto sussultare. – Sei disposto a venire a patteggiamenti? – Il mio tono è diventato confidenziale non appena si è incominciato a giocare a carte scoperte.
– Certo. Sono qui per questo. Sistemeremo le pratiche senza sporgere denuncia. In cambio dovrai darmi tutte le informazioni che possiedi su Old Snake.
– E chi è?
– Sono sicuro che lo conosci molto bene.
– No, veramente. Non so…

Mi sta studiando.
Allunga due dita sul mio collo e preme. Poi ripete con maggiore enfasi:
– Sono sicuro che lo conosci molto bene.

– Ti posso assicurare che non so chi sia.

Mantiene la posizione per qualche secondo e penetra i miei occhi con il suo sguardo, forse alla ricerca della verità.
Poi si convince e molla la presa.

– Abbiamo a che fare con un criminale, – si alza e cammina attorno a me. – Il suo nome è… AUGUS BUTLER. – Me lo sbraita addosso con le mani sui braccioli della mia sedia e l’alito alcolico sulla mia faccia.
– Sì. – Rispondo. – Adesso ho capito. Ma conosco solo il nome.
– Puoi informarti su tutto il resto, suppongo.
– Non ci sono problemi, – sillabo con inclinazione meccanica nella voce.

Sono in trappola. E per scongiurare la prigione ho promesso di diventare come Giuda.

– Siamo d’accordo. Tra qualche tempo ci aggiorneremo. Nel frattempo fai del tuo meglio. Grazie mille, per il drink.

Se ne esce soddisfatto.

Io invece sento la nausea fin dentro alle orecchie.
Un po’ per la ciucca, un po’ per la minaccia…

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