OLD SNAKE


Veronica Zaga

Capitolo 7

ffffffffffffff

Me ne sto andando da Goldhill.

Forse è tutta questa assurda storia di minacce a mio carico che mi ha permesso di prendere fra le mani il coraggio e dirgli: “smettila di alcolizzarti, smidollato, e andiamo a fare qualcosa di produttivo.”

Anche se probabilmente, no, è più per paura… e sto preferendo rischiare la vita piuttosto che finire nei guai con lo sceriffo. Che cosʼè non va in me?

 

A ogni modo, oggi non è giornata. Troppe paranoie stanno raschiando via anche quella parte di cervello che lʼalcool non mi ha bruciato.

Il tizio inglese, le stranezze di Gus, quel Augus Butler e (a sorpresa) il ricordo dei miei… un pastone unico di ansie e nostalgie che non mi danno il tempo di respirare. Perciò ho deciso di annegare nel gin, anche oggi.

Il pensiero, poi, di dover abbandonare tutte le armi, quelle fantastiche armi, non aiuta.

 

 

Sono in cantina, il regno della polvere e dellʼodore di muffa.

Non vedo una fava perché ho dimenticato la candela.

Sta per partire una sonora bestemmia, ma so che non sarebbe di alcun aiuto alla mia causa, a parte svegliare Gus e il resto della locanda.

Perciò ripercorro in punta di piedi il legno semi-marcio della scala che porta nel sottotetto.

 

Sono giù nel saloon.

E adesso:

candela

accendino

                                + sigaretta (che non guasta mai)

 

 

Poi eccomi di nuovo lassù. Chiamarla cantina prevede uno sfogo davvero creativo di immaginazione. Quel posto è pieno di cartaccia ammuffita, bossoli, attrezzi agricoli distrutti, preservativi usati e un quintale di sporcizia.

Tra tutto ciò, nascosti dallo schifo polveroso, finalmente vedo gli scatoloni che mi aveva dato Vic, il mio amico nerd.

Se devo andare in guerra, almeno mi porto dietro lʼartiglieria pesante. Anche se non so se quella roba funzioni ancora. Sempre che abbia mai funzionato.

Sto leggendo le scritte impresse sul cartone alla “dai veloce” con un indelebile quasi scarico… Guarda tu cosa devo portarmi via al posto delle pistole: “sigarette esplosive” (cazzo, mi fanno passare la voglia di fumare!), “ventilatori tritatutto”, “chiodi telecomandati”, “cucchiai ustionanti”, “forcipi a reazione”… e naturalmente i “phon lanciafiamme” un mio brevetto, qualcosa di cui andar fieri tra tutto quel ciarpame. E ce ne sono tante altre di cazzate, ora mi riaffiorano alla mente, ma non ho tempo di passarle in rassegna. Devo portare giù una trentina di scatoloni e caricarli sul carro, questo basta e avanza come impiego di tempo ed energie.

 

Comincio dal primo, lo sollevo prendendolo dal fondo e mi sembra di sollevare un macigno con le mie braccia ossute. Riesco a portarlo fuori a fatica e lo poso sul carretto. Immagino quanto sarà contenta Becky quando il carico sarà completo… povera bestia.

Guardo il cielo scuro di questa notte senza stelle e mi dico che probabilmente, quando avrò finito, il sole starà per dare il cambio alla luna…

 

“Devi cercare il forziere e chi lo ha nascosto” ha detto quello strano, affascinante sceriffo biondo.

Okay, vuole Old Snake. Ma io non so dove trovarlo, se ancora è vivo, o anche solo che faccia abbia.

Però posso prendere tempo, nascondermi e tentare di non farmi prendere.

Solo che adesso cʼè dentro anche Vic. Da quando abbiamo fabbricato quelle armi: rubammo il materiale ad alcuni nemici di Old Snake, che grazie a questo ci odiano ancor più e pensano che siamo alleati al “vecchio serpente”.

 

Perciò devo andare dal mio amico e portarlo con me. Credetemi, è l’unica cosa che non vorrei. Non perché non desideri averlo al mio fianco, ma perché so che così facendo rischia ogni ricciolo della sua folta testa cespugliosa. E so quasi per certo che, insieme alla mia, prima o poi prenderanno anche la sua vita. Quei killer, ora che cerchiamo Snake, ci staranno sul collo e sui calcagni.

 

Ho paura, ma non sono nel panico. Ho accettato il mio destino. Soffro perché Vic non se lo merita. Ma per me non è un problema. I miei genitori erano dei pistoleri, è quasi un obbligo morire giovani.

 

Guardo Becky, è tranquilla, fa ondeggiare la coda per scacciare le mosche.

Lʼalba sta per arrivare. Devo muovermi, per non farmi beccare e per arrivare da Vic prima di suo padre…

…però la Colt me la sono presa dietro.

 

 

Gus si sveglia in preda alla tachicardia e sudato come uno dei suoi sozzi maiali.

Una strana agitazione non gli permette di tranquillizzarsi. La prima cosa che gli viene in mente è chiamare Charlie per assicurarsi che abbia sistemato a dovere la locanda, la notte prima. Una sensazione.

Ma Charlie non cʼè. I suoi pochi stracci sono spariti. E Becky non è più nella stalla.

 

Mannaggia al diavolo, se me lʼha fatta!

 

Quella vecchia spugna le bestemmie non se le risparmia e probabilmente ne ha tutti i diritti. Adesso però è anche del tutto consapevole che di “quel bastardo che faceva domande” non cʼè da fidarsi.

E che Charlie è nei guai. Dove sarà? Forse dall’amico fissato con la tecnologia. Sì, quasi sicuramente.

 

Gus toglie il copriletto, lenzuola e compagnia bella. Fruga senza pace allʼinterno di una fessura nel materasso e tira fuori gommapiuma, polvere rappresa e un pezzo di carta consumata e più gialla dei denti di un vecchio.

“La mappa gliela devo dare. Ormai il dado è tratto e stracotto. Cazzo, io avrei aspettato. Ma via, glielo devo. Andiamo, spolvero anche quella Viper che ho nascosto da tempo, nel fienile, sotto all’erba secca. Ci arrivo prima, magari. E li aiuto, quei poveri ragazzi… La madonna, se ci provo, almeno…”

 

Gus perde ogni esitazione. Non fa nemmeno le valigie: una bottiglia di vodka e la foto di Amalia gli basteranno. Non chiude nemmeno la baracca, si affida ciecamente a Virgil.

Scende nel fienile, si infila nellʼabitacolo del suo caro bolide, gira la chiave e produce un rumore che forse sveglierà e lascerà senza vagiti tutta la bigotta Goldhill. Una sgommata che pure Need for speed e Fast and Furious se la sognano.

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