DAVIDE ROSSI: E ALLA FINE C’è LA VITA


Lo staff di Libera-mente no profit ha letto per voi il primo romanzo di Davide Rossi “E alla fine c’è la vita” e ha intervistato l’autore per togliersi qualche curiosità…e magari ad invogliarvi a leggere questo romanzo che sembra un film.

 

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INTERVISTA

E alla fine c’è la vita: il titolo mi ha fatto molto riflettere, in quanto i personaggi protagonisti del romanzo sembra che della loro vita abbiano poca considerazione; pur essendo studenti universitari, quindi si presuppone con una certa idea sul proprio futuro, appaiono essere in realtà in balia degli eventi perennemente offuscati da droga e alcool. Poi, qualcuno, “ritrova la via” per scelta propria o in seguito ad una serie di eventi. Perchè questi ragazzi che hai immaginato si comportano in tal modo? Cosa li spinge a “disfarsi” di droga e alcool con così tanta leggerezza? Perchè le ragazze cedono con così tanta facilità (sicuramente a naso torto) ai ricatti di un professore viscido? Sembra che questi giovani non sentano di avere una scelta. 

La realtà spesso non è bella, calorosa, “colorata”. Purtroppo questa alle volte appare grigia, se non addirittura nera, plumbea, con qualche breccia di luce a illuminarti il futuro. Questo è almeno quello che vivono i protagonisti del romanzo, quello che viveva la mia generazione all’epoca dell’università, quella che per molti versi vivono ora i ragazzi che intraprendono il percorso negli studi. Si trovano a essere una nave in pieno mare in mezzo a una tempesta, con nessuno disposto a salvarli, senza un comandante in grado di portarti in salvo, e con l’immediato futuro che si materializza sottoforma di una gigantesca onda pronta ad abbattersi sull’imbarcazione. C’è chi si rifugia nei libri, chi nell’arte, chi cerca una realtà di comodo, una confort zone, e per loro sono gli eccessi a salvarli. Le scorribande fra i locali, il sesso occasionale, gli amori facili e illusori, sono esperienze, che seppur estremamente negative, li distraggono dalla realtà che vivono, fatta di disillusione per il futuro e un generale senso di vuoto difficile da colmare.

Loro sono questo, l’età che stanno vivendo è anche questo, e il vago senso di non ritorno che li perseguita gli consente di vivere tutte queste esperienze senza rimorso e con estrema consapevolezza, consci di sbagliare, ma con la volontà di farlo in libertà, in questo senso è una loro scelta. A cambiarli sarà la società, obbligandoli a conformarsi, a scendere a patti, ad essere altri, perdendo, nonostante l’apparente miglioramento, dignità personale.

Lo stile con cui il romanzo viene scritto è più simile a quello di una sceneggiatura che a quello di un romanzo: scene, immagini, magrissima descrizione dei personaggi, quasi nulla la caratterizzazione psicologica se non quella che ogni lettore può interpretare dalle azioni che ciascuno dei ragazzi protagonisti compie descritte “freddamente” . Come mai questa scelta stilistica per un romanzo? C’è per caso l’idea di trarne un film?

Io nasco come sceneggiatore con una grande passione per la letteratura. L’idea iniziale era quella di una sceneggiatura, ma poi ho riscontrato delle potenzialità maggiori nello scritto, così ho deciso di farne un romanzo, ideando una struttura ibrida, che permettesse al lettore di vivere la storia come se stesse guardando un film.

Il mio esordio letterario lo immaginavo fuori dal comune, e così è stato.

Ho letto nella tua biografia che provieni dagli studi scientifici, ma che ti hanno sempre appassionato cinema e letteratura. Questo è il tuo primo romanzo, ma non il tuo primo lavoro in ambito artistico! Puoi raccontare della tua esperienza di sceneggiatore e di scrittore?

L’esperienza come sceneggiatore è stata affascinante. Ho sperimentato la scrittura insieme ad altre due persone, l’aiuto regista e la regista, partendo da un’idea non mia, dunque con alcune difficoltà iniziali. Mi è piaciuto, anche perchè ti consente di osservare le reazioni degli altri alle tue proposte, al tuo stile di scrittura, migliorandoti, scoprendo i tuoi difetti. Scrivere un romanzo è diverso, c’è una ricerca individuale, momenti di solitudine, di travaglio interiore, fino all’ultima parola, quella che ti fa sorridere, che ti emoziona, il tutto vissuto da solo. Sono processi artistici diversi, entrambi molto affascinanti.

Ultima domanda un po’ bizzarra, ma sempre simpatica da porre ai nostri intervistati. Immagina di possedere una sfera di cristallo che possa mostrarti il passato, il presente e il futuro: dove preferiresti guardare e cosa guarderesti o immagineresti di vedere?

Cerco sempre di guardare al futuro, non a caso mentre facevo promozione per questo romanzo revisionavo la mia seconda opera, pensando a come proporla al pubblico, e scrivevo la terza. Mi vedo sereno, impegnato culturalmente e pronto a nuove sfide letterarie e non solo. Magari tutto questo vicino al mare, in Toscana. Amo Vercelli, la città dove vivo attualmente, così come amo Sant’Angelo Lomellina, paese dove sono cresciuto, e Pavia, dove ho studiato, ma sento sempre più prepotente il bisogno di cambiare aria e area. Perchè la vita è mutevole, e a volte è giusto assecondare i propri istinti.

COMMENTO

Grazie a Davide Rossi che ci ha affidato il suo esordio letterario fuori dal comune, sicuramente interessante perchè diverso e che può far discutere:  come anticipato, lo stile non è quello che ci aspetteremmo da un romanzo. Il lettore viene coinvolto nella stesura della sceneggiatura di un film e nella mente può immaginarsi le scene susseguirsi rapide.

Il film che stiamo guardando mentalmente ci piace? Può piacere o non piacere, ma sicuramente prende in considerazione temi molto forti, come ci spiega l’autore: la visione del mondo a tinte scure che i giovani (ma non giovanissimi!) hanno rispetto al loro presente e al loro futuro, il perenne senso di instabilità, di necessità di cogliere l’attimo perchè non ci sono nè certezze nè fiducia, il frequente senso di solitudine avvertito dai ragazzi che stanno intraprendendo la loro vita adulta, fatta di università, primo ingresso nel mondo del lavoro e relazioni.

Noi di Libera-mente no profit facciamo parte di questa generazione. Ci siamo riconosciuti in questi personaggi? No. Ma sicuramente avvertiamo il senso di sfiducia nel futuro che ci lascia titubanti sul prendere decisioni o sul programmare a lungo termine le nostre vite. Nonostante queste difficoltà non vogliamo considerare la vita a tinte plumbee: di certo non aspiriamo ai colori più vivaci, ma piacevoli tinte di varie intensità credo che abbiano caratterizzato la vita di ciascuno di noi e sicuramente ci accompagneranno in futuro, pur nell’instabilità, nella paura, nel grigio che a volte ci pervade.

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