RIFLESSIONE #6 – ETICHETTE


Un’insegnante invia alla redazione questo articolo. Cosa ne pensate?

ETICHETTE

Tutti noi, purtroppo o per fortuna, per facilitarci la vita, tendiamo ad assegnare delle etichette a tutto e a tutti: simpatico, brutto, noioso, figo, questo mi sta sulle balle a prescindere, ecc.

Tali etichette segnano l’altro individuo con cui ci confrontiamo in modo quasi incancellabile: difficilmente decidiamo di cambiare idea e dire “toh, ho sbagliato! Questo tizio in realtà ho scoperto che mi sta simpatico”. Può capitare, ma è come avvistare una mosca bianca. Perché? Perché a livello inconscio il nostro cervello, che deve elaborare milioni e milioni di informazioni al secondo, catturando le informazioni che gli pervengono dal registro sensoriale per elaborarle e confrontarle con le conoscenze già acquisite che transitano per pochi istanti dalla memoria di lavoro a breve termine e decidere se immagazzinarle per sempre nella memoria a lungo termine, ha bisogno di facilitarsi il lavoro e, frequentemente “semplifica” alcune informazioni categorizzandole. Si dice che noi valutiamo ed etichettiamo una persona nei primissimi 5 secondi durante i quali il nostro sguardo si posa su di lei. Se a pelle quella persona ci piace, bene! Allora saremo più propensi a portare avanti la conoscenza; se quella persona “a pelle” non ci piace…

Questi sono processi normali, in cui tutti noi incappiamo a livello inconscio.

Ma quando l’etichetta è assegnata da uno specialista? Per esempio un neuropsichiatra o psichiatra?

Se noi tutti, già nella normalità, tendiamo a categorizzare gli individui che incontriamo quotidianamente con etichette che è difficile levare, cosa succede quando l’etichetta è una diagnosi?

Frequentemente capita, soprattutto nel mondo della scuola, che insegnanti e genitori incappino nella dicitura “autismo infantile”, oppure “disturbo generalizzato dello sviluppo con spettro autistico”. Cosa fare?

Seguendo il discorso fatto in apertura, basta: dovremmo semplicemente dire che quella persona è autistica e altro non c’è da sapere.

Per un’insegnante, sapere che quel bambino rientra nello spettro autistico permette di impostare il lavoro in un determinato modo: ad esempio, invece di riempirlo di parole, so che sarà meglio, soprattutto all’inizio della presa a carico del caso, approcciarmi a lui con immagini, facendogli vedere delle cose, osservarlo per entrare in sintonia o, ad esempio, cantare con lui la canzoncina che ripete ossessivamente e, da lì, partire per iniziare a costruire una relazione di fiducia che mi permetterà di lavorare con lui, facendomi da ponte con l’ambiente di apprendimento e aiutarlo ad uscire dal suo isolamento autistico.

Io insegnante che leggo “spettro autistico” so che la Teoria della Mente è fortemente compromessa, quindi il bambino non saprà leggere il comportamento altrui, non lo saprà anticipare e rendere prevedibile, cosa che lo spaventerà e non gli permetterà di avere il controllo della situazione; so che farà fatica a riconoscere e a dare un nome ai propri e agli altrui stati emotivi, che farà fatica ad allinearsi con essi, dando risposte inadeguate alla situazione che sta vivendo: ad esempio potrà capitare che riderà quando si spaventerà.

Ma osservando il bambino quotidianamente durante i vari momenti della giornata scolastica, io insegnante imparo che, dietro all’etichetta “autismo” e a ciò che ne consegue, c’è una persona con un proprio carattere, un proprio modo di fare, una serie di propri interessi: posso imparare, ad esempio, che la musica è un canale comunicativo molto forte, non importa se poi cantiamo tutti insieme “gelato al cioccolato” di Pupo, ma la cantiamo perché per quel bambino quell’orrenda canzone è motivo di risate (chissà perchè? Perché parla di cioccolato?). Ballare “l’ombelico del mondo” di Jovanotti mostrando la pancia è una stupidata, lo so! Ma ridendo insieme della stessa cosa permette di rafforzare il legame di fiducia che consentirà al bambino di aprirsi al mondo affidandosi ad un’altra persona.

Ridere, ballare, fare le coccole permette di creare legami: per un bambino autistico non c’è nulla di più complesso, anche perché le altre persone non sanno come approcciarsi a lui; mostrare che ciò è possibile anche solo ballando e cantando toglie quella patina di “timore reverenziale” che tutti noi abbiamo verso la diversità e la disabilità. Togliendo questo velo è possibile scoprire cosa c’è oltre la diagnosi. Ad esempio, scopriamo un bimbo allegro, a cui piace la musica, a cui piacciono i massaggi, che ama giocare con i trenini e con la cucina fingendosi un cuoco, che il suo animale preferito è il cane, che uno dei suoi personaggi preferiti è Winnie the Pooh e che sa scegliere autonomamente le persone che vorrebbe avere al suo fianco, quelle che può imparare a tollerare e quelle che proprio non vuole nemmeno vedere.

Scopriamo che quando comunica non lo fa in maniera casuale, ma interviene perché riesce a mettersi in ascolto con quanto lo circonda, che sa eseguire piccole consegne, che sa intraprendere corrette iniziative, che riconosce quando si comporta in maniera scorretta perché ti lancia uno sguardo come per dire “Hey! Guarda! Sono in piedi sul tavolo”.

Didatticamente parlando, con l’aiuto e il sostegno delle insegnanti e dei compagni, può imparare a scrivere, a colorare, a riconoscere lettere, numeri, classificare, seriare, leggere le immagini e raccontare brevi storielle, astrarre la realtà con simboli convenzionali per ricrearla sul foglio (ad esempio, disegnare un viso, una casa, un cane, il sole, ecc.), sa fare richieste, sa associare numero a quantità, impara a memoria poesie e canzoni, riesce a portare a termine un compito con minimo aiuto dell’insegnante, apprende script motori che gli permetterà di essere autonomo, come andare in bagno da solo, lavarsi le mani, vestirsi e svestirsi per termoregolarsi ecc. ecc.

Un esempio di questo genere ci fa pensare che un bambino autistico sia solo un bambino autistico? Che la sua caratterizzazione si esaurisca in quella etichetta? Va da sé che, in base a quanto detto, la risposta sia “No, giammai!”.

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Eppure non è così per molti e, purtroppo, i primi a pensarla in questo modo disfunzionale, spesso, sono proprio i genitori.

Per i genitori, ricevere una diagnosi qualsiasi rivolta al proprio figlio, è un trauma: il bambino perfetto, tanto sognato e tanto cercato è sparito in un lampo. Come si può accettare un fallimento del genere? È un percorso difficilissimo per le famiglie, che durerà per tutta la vita. Probabilmente un genitore non arriverà mai ad accettare con gioia questa realtà. Però è la realtà e bisogna farci i conti. A questo punto, tanto vale provare, almeno, a capirla.

Un genitore, per quanto in difficoltà sia (e, per questo, va aiutato e sostenuto dalla rete scuola-servizi-famiglia e amici), credo che non abbia il diritto di considerare suo figlio con diagnosi una nullità, un buono a niente, uno che “ah! È dolcissimo! Però è inutile fare questa cosa…tanto non la capisce”.

Anche un bambino autistico, o con qualsiasi altra diagnosi, ha i propri bisogni e i propri diritti.

E di questi diritti ne parla la legge.

Nel 1989, la Convenzione internazionale per i diritti per l’infanzia è stata approvata dalle Nazioni Unite e vincola giuridicamente i 189 stati firmatari a promulgare delle leggi affinché i diritti di tutti i bambini vengano rispettati

Con la legge 104 del ’92, la legge 170 del 2010, il Decreto legge 66 del 2017 si sancisce la piena inclusione scolastica dei bambini e dei ragazzi con una diagnosi al fine di garantire il pieno rispetto dei diritti e dignità, garantire il miglior stile di vita possibile ponendo come direzione la libertà e l’autonomia, oltre che l’integrazione sociale.

Credo che il diritto principale per tutti sia quello di “stare bene” e fare di tutto affinché il bambino possa stare il meglio possibile nel contesto in cui è inserito. Questo significa osservare e rispettare i suoi bisogni e non i nostri di adulti. Stancarlo, sfinirlo con attività, orari scolastici prolungati, mancanza di una routine costante perché io genitore non riesco a rispettare una tabella di marcia prestabilita, non farà altro che vanificare il lavoro fatto con il bambino, i suoi sforzi e il suo impegno perché troppo stanco e disorientato dalla mancanza di regolarità. Il bambino si sente sballottato dai genitori, lasciato a scuola per un orario più lungo di quello che può sopportare, nervoso perché gli viene richiesto uno sforzo eccessivo di attenzione, triste, perché ricerca la mamma che nonostante i suoi continui “Adesso arriva la mamma” “Aspettiamo la mamma” la mamma non arriva. E non c’è routine giornaliera, agenda visiva o qualsiasi altro mezzo abbiamo noi insegnanti per comunicare e rendere prevedibile la giornata scolastica che possa risolvere questo problema!

Smettiamola di dire “tanto non capisce”! Capisce eccome! E non stiamo facendo il suo bene, ma stiamo pensando egoisticamente solo al nostro bene di adulto. Tanto lui è solo un bambino autistico. Questa è la sua etichetta.

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