FOCUS SU: VIOLENZA E AGGRESSIONI SUBITE DAL PERSONALE MEDICO E INFERMIERISTICO (parte 3)


Giorgia Tempestini di Pillole di Psicologia

Nonostante le aggressioni nei confronti degli operatori dei mezzi di soccorso siano paragonabili a quelle contro gli infermieri per via della loro elevata frequenza, sono state oggetto di un numero molto limitato di ricerche. Sono state però individuate alcune ipotesi che ne permettono una parziale comprensione: una di queste riguarda il fatto che i soccorritori, nella maggior parte dei casi, sono i primi a entrare in contatto con situazioni che prevedono violenza. Di conseguenza, gli alti livelli di arousal tra le persone coinvolte nell’episodio violento possono rischiare di coinvolgere anche gli operatori intervenuti per l’assistenza al ferito. Un altro fattore determinante è la presenza di parenti e amici sul luogo della violenza, in quanto la loro preoccupazione e il loro stato ansioso potrebbero aumentare la probabilità di aggressione nei confronti dello staff (Turnbull & Peterson, 1999).

Non è da sottovalutare il fenomeno che riguarda le aggressioni nei confronti dei medici. Numerose ricerche si sono occupate di indagare il fenomeno, tra queste uno studio di Nagata‐Kobayashi, Maeno, Yoshizu e Shimbo (2009) ha rilevato una percentuale particolarmente elevata di medici che hanno subito un’aggressione durante il corso della carriera, ossia l’84,8%. Un studio di Mishra (2015) ha indagato questa tipologia di violenze, concentrandosi principalmente sulle problematiche che potrebbero rappresentarne la causa. Il primo aspetto che viene indagato è quello riguardante la modalità comunicativa inadatta che viene adottata dal medico per riferire al paziente o ai suoi familiari le informazioni rilevanti. Il rapporto medico-paziente non è ancora totalmente influenzato dalle tecnologie e non prevede che alcune informazioni (quali causa della malattia, prognosi, costi del trattamento) vengano trasmesse online, quindi il rapporto diretto che viene a crearsi può diventare una fonte di difficoltà. L’American Association of Orthopaedic Surgeons (AAOS) ha evidenziato fortemente l’importanza dell’aspetto comunicativo tra medico-paziente nella dichiarazione “The importance of Good Communication in the Physician-Patient Relationship”. In questa dichiarazione viene descritta la comunicazione tra le due parti come aperta e onesta al fine di costruire un rapporto di fiducia e di promuovere la guarigione del paziente. Una buona forma di comunicazione ha un impatto positivo sul comportamento del paziente, sull’esito della cura e sulla sua soddisfazione (American Association of Orthopaedic Surgeons, 2000). Tutte queste considerazioni permettono di comprendere come l’assenza di empatia, di rispetto, l’ascolto e la comprensione possono essere alla base di incidenti tra paziente e medico che possono sfociare anche in atti aggressivi.

Un altro problema legato al precedente riguarda la condizione esistenziale dei pazienti nel momento in cui diventano tali: questi vivono un momento particolarmente delicato della loro vita in cui possono trovarsi spesso vicini alla morte, per cui necessitano di particolari attenzioni e di un livello di empatia molto elevato da parte dei professionisti che si occupano della loro salute (Mishra, 2015).

I medici devono acquisire quindi una serie di importanti abilità che permettano loro di anticipare e “disinnescare” la violenza, in quanto quelli che avvengono nei loro confronti non sono mai attacchi inaspettati ma prevedono una tensione crescente, un’escalation di frustrazione che poi tende a sfociare nel vero e proprio comportamento aggressivo (Morrison, Lantos, & Levinson, 1998).

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