Focus su…donne e polizia di stato

Tratto dall’intervista a Silvia Celani

Come donna-poliziotto ritieni di avere particolari difficoltà ad affermarti in un ambiente soprattutto maschile?

Il rapporto uomo-donna in questo settore, rispetto a 40 anni fa, quando nel 1981 venne sancita la riforma della Polizia di Stato che unificò la polizia femminile, corpo di rilievo morale a ordinamento civile e che si occupava esclusivamente di tutela dei minori e protezione della donna, alla Polizia di Stato, ossia a quello che era il Corpo delle guardie di Pubblica Sicurezza, composto esclusivamente da personale maschile, è cambiato notevolmente.

Gli squilibri, le diseguaglianze evidenti di allora che vedevano la donna relegata a tutelare controversie di specie femminile o minorile, sono stati rimossi ma nonostante ciò, come accade ancora oggi in tanti settori lavorativi, permangono sbilanciamentinon dichiarati, a volte subdoli. Bisogna distinguere i ruoli dirigenziali da quelli operativi. Nel settore dirigenziale ci sono ormai molte donne in Polizia che hanno rotto il tetto di cristallo diventando Dirigenti di Uffici di P.S., Questori di Province, donne insomma che gestiscono in questa professione livelli professionali elevatissimi ma la statistica parla ancora di una percentuale maschile più alta, destinata a ricoprire settori e sedi più importanti: lo stesso Capo della Polizia non è mai stato una donna e forse non lo è mai stato nel mondo. Nei livelli intermedi e di base, ossia nei ruoli operativi il rapporto ha sfaccettature ancora diverse e complesse.

La donna nell’attività operativa, a volte deve convivere con comportamenti professionali duri e non perché debbano sempre essere duri ( l’uso della forza, sia pur calibrata, è solo una parte necessaria di questo lavoro, per esempio in caso di criticità nell’ordine pubblico, nel pronto intervento e nelle investigazioni)  ma anche perché resiste in parte l’imprintig maschile  dei muscoli, della durezza brusca, intransigente anche se a volte solo di facciata, retaggio di un militarismo male interpretato secondo stereotipi vecchi e cameratistici, mentre invece va inteso nel senso disinonimo di serietà, di severo rispetto delle leggi, di orgoglio nazionale. Per fortuna le nuove generazioni sembrano indirizzarsi verso la giusta interpretazione.

Inoltre ancora si nota, per fortuna ormai raramente, qualche donna nella Polizia di Stato che si identifica nel maschile esteriore, come nel taglio dei capelli, nell’abbigliamento civile quando va indossato, nei modi, cercando di sbiadire la propria immagine identitaria femminile (e non mi riferisco ad aspetti sostanziali, quali il rigore, una certa energia, fermezza nell’attività di Polizia che appartengono alla professione, non all’esteriorità tra i sessi), perché credono di avere più presa sul personale da gestire o da collaborare, di essere ascoltate maggiormente, tutti segnali di uno squilibrio, di una crisi, che comporta a volte resistenze, come in questo esempio di forzato adeguamento all’immagine maschile, ma che per fortuna si sta attenuando sempre di più.

La crisi che in psicologia vuol dire rottura, momento di riflessione per nuove scelte, in mezzo a tante riluttanze, va verso un futuro uomo-donna indirizzato alla persona e ci si auspica che ognuno dei due sessi prenda dall’altro reciprocamente risorse positive nella gestione del lavoro. Autorità e autorevolezza, maschile e femminile non devono essere elementi identificativi del sesso, perché sono presenti in entrambi i sessi, sono due facce della stessa medaglia umana.

I comportamenti degli uomini a volte sono inconsciamente bordeline e questo capita in tutti settori lavorativi, anche in Polizia. Si vuole mantenere una facciata di superiorità ma poi si fa un passo indietro lasciando alle donne, quasi in forma di concessione, al motto ‘avete voluto la bicicletta e allora pedalate!’, di operare in servizi scomodi, pericolosi ma poco importanti sul piano carrieristico. Esiste quindi una dicotomia maschile, dal mio punto di vista, tra un vecchio ruolo di superiorità che la natura e la cultura passata hanno conferito all’uomo e che vuole continuare a detenere, nonostante i cambiamenti culturali e l’apprezzamento maschile del lavoro femminile, al quale però si da poco lustro, poca visibilità oppure, in certi casi, lo si considera d’eccezionale bravura per la donna, quando per un uomo è normale routine. Tutto questo non è retorica, questi aspetti permangono di fatto ancora ma non se ne parla, forse per opportunismo.

Non si tratta di criticare il sesso maschile ma di osservare dei comportamenti, automatismi frutto di una cultura vecchia che ancora circola. Io credo nella persona, anche se non posso fare a meno di osservare comportamenti maschili in cui gli uomini fanno quadrato, si coprono tra loro, vogliono rimanere nel loro recinto maschile, non che non lo facciano anche le donne nel loro, ma con la differenza che nel mondo del lavoro gli uomini sono in numero superiore e numericamente in posizioni più importanti ed avendo quindi maggiore potere, possono condizionare le scelte e le decisioni, mettendo le donne, quando vogliono, in disparte.

Le stesse alleanze che ho citato le donne non sono capaci di realizzarle così bene come fanno gli uomini, perché non c’è stata nel passato l’opportunità per loro  di metterle in campo, quindi non  ce le  hanno nel loro DNA culturale, mentre usano a volte ancora la vecchia tecnica della seduzione per raggiungere gli obiettivi desiderati, perché per secoli l’hanno affinata: questo lo farebbero anche gli uomini se si trovassero nelle stesse condizioni delle donne e infatti a volte lo fanno anche se più sporadicamente e in modi diversi.  

In questo la psicologia che non è il mio campo, aiuta a spiegare bene questi comportamenti umani ma intanto la statistica ancora fa la differenza. Le donne hanno bisogno di essere di più e non devono cadere nel tranello della maternità e della gestione domestica non condivisa dall’uomo, altrimenti ne rimarranno schiacciate e continueranno a perdere l’occasione di riscatto.

Abbiamo le leggi che ci aiutano, cerchiamo di applicarle correttamente.

Lo stesso dress-code nella donna deve essere rigoroso e aggiornato. Noi donne in Polizia ci lamentiamo di portare ancora la cravatta con la divisa e questo è un retaggio maschile ma, come tutte le donne lavoratrici, quando usiamo gli abiti civili, non dobbiamo eccedere in un abbigliamento oltremodo femminile che distrae quando ci si trova in ambienti di lavoro che esigono un certo profilo esteriore, e in questo dobbiamo prendere esempio dagli uomini  che lo hanno sempre fatto, non perché siano più bravi di noi ma perché obbligati da esigenze professionali da loro coltivate nella storia.

Anche nel comportamento femminile quindi, come nell’esempio citato e in tanti altri esempi che non posso qui elencare per eccessiva lunghezza espositiva, a volte si nota un retaggio culturale sbagliato che esige correzione.

Per quanto riguarda l’abbigliamento eccessivamente femminile in Polizia, invece è solo necessario nei travestimenti, quando si svolgono servizi investigativi che necessitano la rappresentazione di un ruolo, di un camuffamento, in questo noi poliziotti dobbiamo a volte essere attori di vita, ma nell’ordinarietà la donna indossa la divisa o un abito civile consono.

Intanto nel mondo si lotta ancora tra leggi perfettibili e resistenze ai cambiamenti.

Purtroppo la parità di genere non è ancora stata raggiunta.

Spesso le donne vengono formate per non entrare mai nel mondo del lavoro, oppure sono costrette a lavorare in ambiti inferiori perché devono rinunciare alla carriera per i figli, in quanto ci sono ancora resistenze al cambiamento dei costumi da parte dell’uomo che non accetta di condividere in modo davvero uguale con la donna tutti i lavori di casa.

Ciò comporta minore potere per la donna e questo fenomeno in economia si chiama discriminazione statistica. Si spreca il potenziale o addirittura si è convinti che non lavorare ed essere assistite dagli uomini è comodo ma poi ci si pente, perché non si crea, non si produce nulla nel sociale, non ci si sente soddisfatti, gratificati sul piano personale ed economico.

Ma intanto non si tratta solo di essere vittime di uno stereotipo, si tratta di pensare: ‘Che cosa ci guadagno in senso di valore, efficacia, competenza, capacità quando la società oppone delle resistenze alla mia emancipazione professionale? ‘e così a volte le donne scelgono dei ruoli inferiori già in partenza.

Qualcuno ha scritto che questo è il più grande furto della storia, non possiamo permetterci di sprecare tutte queste risorse, si tratta di una grossa perdita di Pil nazionale e mondiale.

La questione di genere non è una questione femminile ma una questione sociale che riguarda la società, la collettività e quindi la responsabilità non è individuale, non è femminile ma è collettiva.

La situazione si accentua nel privato.

Perché durante un colloquio di lavoro con una donna, le viene chiesto se nel suo obiettivo ci sono dei figli, mentre ad un uomo questa domanda non viene posta?

Perché a lavoro, quando un uomo chiede un permesso perché deve andare a prendere i figli a scuola a volte si sente rispondere: ‘Non ce l’hai una moglie, perché te ne occupi tu?’

Sembra strano nelle migliori famiglie emancipate sentire questo, eppure queste cose esistano ancora.

Il tasso di occupazione femminile è meno del 50% e nel managment solo del 20% e stiamo solo parlando di Paesi evoluti.

Non dobbiamo scandalizzarci di fronte a tutti questi aspetti negativi segnalati e che la donna subisce. Tante donne sono oggi al top dell’emancipazione e guardano indignate alle osservazioni fin ora fatte, quasi a prenderne le distanze, come se non appartenessero a loro e a nessuna donna. 

La parità invece, deve essere l’obiettivo ma non si potrà parlare di essa se non l’avranno raggiunta tutte le donne del mondo e su questo punto c’è ancora tanta strada culturale, sociale ed economica da fare che deve condurre a una presa di coscienza collettiva da parte dei due sessi. Sbagliamo tutti, uomini e donne, perché il problema è quello di rendere automatici certi modi di pensare annientandone altri, questo consentirebbe alle donne che dimostrano, grazie ai diritti e alle loro capacità, di essere brave, di emergere, di non essere sprecate, di pareggiare il loro numero con quello degli uomini, certamente non con la forzatura delle quote rosa imposte a gentile concessione, ma grazie al merito riconosciuto e non ostacolato.